È iniziato l’assalto finale. A quattro giorni dal voto, al termine di una campagna elettorale opaca, senza un confronto tra programmi, le due destre si presentano agli elettori senza più la maschera di un falso moderatismo. Matteo Salvini, liberato dalle catene del “giorgettismo” è ormai in polemica quotidiana con Mario Draghi e ne contesta apertamente ogni mossa. Come se non avesse governato per un anno e mezzo con Pd, Renzi e Cinque Stelle, il leader della Lega è impegnato allo spasimo per far dimenticare la stagione della responsabilità e strapparsi la camicia di forza dell’unità nazionale. L’antagonismo con il presidente del Consiglio è aumentato giorno dopo giorno.
Fino ad arrivare all’attacco diretto dopo le parole di Draghi sui «pupazzi prezzolati» da Mosca. Una definizione che, evidentemente, Salvini ha pensato fosse riferita a se stesso.
Ma la torsione ha interessato anche Giorg…
È iniziato l’assalto finale. A quattro giorni dal voto, al termine di una campagna elettorale opaca, senza un confronto tra programmi, le due destre si presentano agli elettori senza più la maschera di un falso moderatismo. Matteo Salvini, liberato dalle catene del “giorgettismo” è ormai in polemica quotidiana con Mario Draghi e ne contesta apertamente ogni mossa. Come se non avesse governato per un anno e mezzo con Pd, Renzi e Cinque Stelle, il leader della Lega è impegnato allo spasimo per far dimenticare la stagione della responsabilità e strapparsi la camicia di forza dell’unità nazionale. L’antagonismo con il presidente del Consiglio è aumentato giorno dopo giorno.
Fino ad arrivare all’attacco diretto dopo le parole di Draghi sui «pupazzi prezzolati» da Mosca. Una definizione che, evidentemente, Salvini ha pensato fosse riferita a se stesso.
Ma la torsione ha interessato anche Giorgia Meloni. Una metamorfosi ancora più sorprendente, giacché la leader di Fratelli d’Italia aveva lavorato molto per costruire un’immagine diversa del suo partito, provando a cucirsi addosso l’abito di conservatrice moderata, più Liz Truss che Viktor Orbán. Da qui l’interlocuzione frequente e mai smentita con Draghi, il voto sull’invio delle armi alla resistenza ucraina, i gossip fatti circolare sui colloqui con il banchiere centrale Fabio Panetta, il rapporto non conflittuale con Enrico Letta. Un patrimonio che Meloni sta dissipando in queste ultime settimane per una ragione molto semplice, che non riguarda tanto il tributo dovuto all’Internazionale nera del sovranismo europeo, quanto i rapporti interni all’alleanza di centrodestra.
Per comprendere la strambata a 180 gradi di Meloni, che passa dallo schierarsi con “l’autocrazia elettorale” ungherese al Parlamento europeo, lo stillicidio polemico contro Francia e Germania, fino all’augurio che il clerico-franchista Santiago Abascal prenda il posto del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, bisogna guardare alla rivalità sempre più accesa con Matteo Salvini. Ormai arrivata quasi alle minacce personali. Come ieri, quando il leader leghista commentava il no ribadito della “sorella d’Italia” sullo scostamento di bilancio: «Se non la convince Salvini, la convinceranno i lavoratori…». I sondaggi non si possono citare, ma già prima del divieto era evidente un sommovimento profondo, un flusso in uscita dalla Lega e in entrata verso Fratelli d’Italia. È qui dunque, come notava ieri su queste pagine Stefano Folli, che va individuato il fronte di attrito principale tra due partiti che, in teoria, tra una settimana potrebbero sedersi a un tavolo per spartirsi l’eredità di Draghi. Una competizione a destra che spinge entrambi non solo ad alzare i toni, ma a rincorrere le posizioni più estreme. Anche perché, ed è un fenomeno che potrebbe riservare sorprese il 25 sera, all’estrema destra cresce anche Italexit di Gianluigi Paragone. A dimostrazione che, quando la partita si gioca non sul terreno della responsabilità e delle proposte ma su quello del populismo, sul complottismo, sul vittimismo anti-europeo dell’Italia “schiacciata da Francia e Germania”, ad avvantaggiarsene sono le forze più estreme e meno compromesse con il “sistema”.
Questa rincorsa a perdifiato verso il fondo del pozzo, che le destre stanno conducendo per stabilire la supremazia interna alla coalizione, per l’Italia può finire però molto male. Il premier Draghi ha avvertito i partiti di scegliersi bene, come alleati in Europa, quelli che possono favorire l’interesse nazionale italiano. L’idea di mettersi contro Parigi, Berlino e Madrid, ossia le nazioni guida dell’Unione, prima ancora di aver vinto le elezioni, non sembra andare in questa direzione. Non occorre avere doti profetiche per immaginare quali saranno i primi passi del governo in caso di vittoria del centrodestra: Roma si aggregherà al gruppo di Visegrad, ovvero quei Paesi dell’Est che hanno già impedito qualsiasi politica di solidarietà sulla redistribuzione dei migranti, e l’Italia diventerà un caso in Europa. I Paesi del Nord, che con riluttanza e dopo mille resistenze hanno accettato di concederci 220 miliardi tra prestiti agevolati e risorse a fondo perduto, spingeranno sulla Commissione per bloccare le ulteriori <CF2002>tranche</CF> del Pnrr. E ad aiutare i nemici dell’Italia, quei settori dell’opinione europea sempre diffidenti verso i Paesi della sponda Sud e in cerca di un pretesto per cancellare il “momento Hamilton” del Continente, ci sarà il nuovo governo sovranista di Meloni&Salvini, che ha già detto di voler rinegoziare il piano con l’Europa. Come se ci fosse dovuto qualcosa.