Siamo coscienti che l’Europa è contraria a qualsiasi idea di rinegoziare il Pnrr, ma sbaglia. Il Pnrr non è un dogma religioso, e rinegoziarlo non dovrebbe essere un tabù se ci sono validi motivi. E in teoria ci sono tante ragioni per farlo. Il Recovery Fund fu pensato quando in Europa imperversava la pandemia senza vaccini e la gente stava chiusa in casa. Oggi quell’epoca sembra lontana decenni. Da allora abbiamo avuto una guerra alle porte, che ora minaccia di diventare nucleare; il prezzo della principale fonte di energie per le famiglie e imprese è aumentato sette volte; e l’inflazione è passata da zero ai massimi degli ultimi 40 anni rendendo già obsolete le stime sui costi di molte misure previste dal piano, tanto che il governo ha già stanziato 10 miliardi per affrontare la lievitazione della spesa. Nessuno di questi eventi era minimamente prevedibile quando fu pensato il Recovery Fund e ognuno da solo giustific…
Siamo coscienti che l’Europa è contraria a qualsiasi idea di rinegoziare il Pnrr, ma sbaglia. Il Pnrr non è un dogma religioso, e rinegoziarlo non dovrebbe essere un tabù se ci sono validi motivi. E in teoria ci sono tante ragioni per farlo. Il Recovery Fund fu pensato quando in Europa imperversava la pandemia senza vaccini e la gente stava chiusa in casa. Oggi quell’epoca sembra lontana decenni. Da allora abbiamo avuto una guerra alle porte, che ora minaccia di diventare nucleare; il prezzo della principale fonte di energie per le famiglie e imprese è aumentato sette volte; e l’inflazione è passata da zero ai massimi degli ultimi 40 anni rendendo già obsolete le stime sui costi di molte misure previste dal piano, tanto che il governo ha già stanziato 10 miliardi per affrontare la lievitazione della spesa. Nessuno di questi eventi era minimamente prevedibile quando fu pensato il Recovery Fund e ognuno da solo giustificherebbe un ripensamento. In astratto, quindi, non c’è niente di sbagliato nella richiesta avanzata dalla coalizione di centro-destra di rinegoziare il piano con Bruxelles.
Il problema, ovviamente, è come si rinegozia e come si vuole cambiare il Pnrr. Per rinegoziare efficacemente
ci vogliono tre ingredienti: idee chiare e capacità progettuale per elaborare rapidamente misure all’altezza delle nuove priorità; persone che conoscano a fondo la macchina dello Stato; credibilità, presentabilità e autorevolezza a livello internazionale per negoziare con Bruxelles in modo costruttivo.
Su tutti questi aspetti è legittimo nutrire seri dubbi sulla coalizione di centrodestra. Ci si può fare una idea della capacità progettuale leggendo l’Accordo quadro di programma per un Governo di centrodestra che dovrebbe esibire quelle nuove idee che servono a “rivoltare come un calzino il nostro Paese”. È un lungo elenco di ovvietà, ma senza alcuna indicazione sul come tradurli in pratica. Chi non è d’accordo sul “Pieno utilizzo delle risorse del Pnrr, colmando gli attuali ritardi di attuazione” o sull’ “Efficientamento dell’utilizzo dei fondi europei”; oppure ancora sul “Garantire la piena attuazione delle misure previste per il Sud Italia”. Ma cosa si intende fare per rendere tutto questo possibile? Non è dato saperlo.
Quanto alla conoscenza della macchina dello Stato dei probabili vincitori delle prossime elezioni basta leggere le righe sull’efficientamento della Pa nel programma di Fratelli d’Italia, frutto del lavoro di mesi dei gruppi tematici messi in piedi dal partito. Prevede la “Delegificazione, deregolamentazione e semplificazione del linguaggio amministrativo, con riduzione degli oneri per cittadini, famiglie e imprese e implementazione del ricorso al partenariato pubblico-privato.” Ancora una volta, ovvietà e nessun contenuto.
Sulla credibilità internazionale della coalizione, infine, non crediamo di doverci dilungare. Alcuni esponenti, in particolare, hanno lasciato un pessimo ricordo in Europa nel 2011, altri in tempi più recenti. Alcuni sono semplicemente impresentabili, anche alla luce dei loro legami con Putin o con personaggi russi di secondo o terzo piano ma ancora più instabili di lui.
Chiunque andrà al governo dopo le elezioni sconterà comunque un difetto di fondo del Pnrr, che abbiamo denunciato più volte su queste colonne: troppi soldi e troppo poco tempo per spenderli, e troppo poca capacità progettuale e di spesa (a cominciare dagli appalti) a livello locale. Il risultato sarà inevitabilmente, in molti casi, “spendere perché ci sono i soldi da impiegare in fretta” e non “spendere perché servono davvero”. Un’altra conseguenza è il gigantismo, perché per spendere in fretta tanti soldi è più facile concentrali su pochi progetti faraonici che su progetti capillari sul territorio. Per fare un solo esempio, per affrontare il problema delle periferie (un argomento ignorato dai programmi elettorali) e togliere dalla strada i tanti giovani disoccupati e sotto-occupati, avremmo bisogno di campetti di calcio e di basket, piscine, campi di atletica, semplici e senza pretese.
Per ognuno, bisogna pensare se e dove serve. E non basta costruirli: bisogna anche finanziarli e seguirli negli anni, per mantenerli in efficienza e in sicurezza, ed evitare che diventino gli ennesimi luoghi pubblici fatiscenti e aggregatori di micro-criminalità. Per questo occorrerà anche l’impegno capillare dello stato nei tanti casi di amministrazioni locali inadeguate. Insomma, ciò di cui avremmo bisogno in un Pnrr rinegoziato è “pensare in piccolo”, l’esatto opposto del tipico approccio di questi tempi, quello delle grandi infrastrutture o delle colate di cemento, complicate ingegneristicamente ma fondamentalmente semplici operativamente: tanti soldi concentrati in pochi appalti. ”Pensare in piccolo” è più impegnativo, perché richiede una indagine capillare delle necessità di territori che spesso non hanno voce; tanto più che tagliare i nastri di un campetto di calcio non dà visibilità. Molto meglio legiferare una grande opera, mettere tutto in mano agli ingegneri, e non pensarci più fino a quando si dovrà tagliare un grande nastro. Ma non è questo che serve al paese.