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Iran, la rivoluzione è donna

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Le proteste contro l'omicidio di Mahsa Amini continueranno. È una questione di demografia e di social
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La prima questione per la quale mi è chiaro che le proteste successive all'omicidio di Mahsa Amini continueranno e saranno efficaci nel loro mettere in discussione il regime, morale e non solo, vigente in Iran, è demografica.

I dati che ho trovato, cercando in Rete, risalgono al 4 novembre 2021. La popolazione iraniana è costituita da 85 milioni di individui, di cui circa 42 milioni donne. Vecchie, giovani, scolarizzate e no, colte o no, bambine, abili o no, belle o brutte (secondo qualche canone) o no, madri o no, povere o no, eterosessuali o no, qualcosa o qualcuno o no, ribelli o no, religiose o no.

42 milioni di donne diverse accomunate da un'unica caratteristica: il velo e il dress-code che si porta dietro. 42 milioni significa più del 49% della popolazione. Quasi la metà di un intero popolo obbligata al velo dalle norme immaginate da Khomeini nel 1979 e trasformate in legge nel 1983.

Le norme, tuttavia, da sole non uccidono. Chi inve…

La prima questione per la quale mi è chiaro che le proteste successive all'omicidio di Mahsa Amini continueranno e saranno efficaci nel loro mettere in discussione il regime, morale e non solo, vigente in Iran, è demografica.

I dati che ho trovato, cercando in Rete, risalgono al 4 novembre 2021. La popolazione iraniana è costituita da 85 milioni di individui, di cui circa 42 milioni donne. Vecchie, giovani, scolarizzate e no, colte o no, bambine, abili o no, belle o brutte (secondo qualche canone) o no, madri o no, povere o no, eterosessuali o no, qualcosa o qualcuno o no, ribelli o no, religiose o no.

42 milioni di donne diverse accomunate da un'unica caratteristica: il velo e il dress-code che si porta dietro. 42 milioni significa più del 49% della popolazione. Quasi la metà di un intero popolo obbligata al velo dalle norme immaginate da Khomeini nel 1979 e trasformate in legge nel 1983.

Le norme, tuttavia, da sole non uccidono. Chi invece è deputato a farle rispettare, sì, può farlo. Uccide, picchia, umilia, malmena, sa o si convince di essere detentore di una qualche superiorità, di appartenere a un corpo militare, come è in Iran, il cui scopo è agire da controllore della morale.

Le donne però sono tante, quasi la metà, le donne che protestano, togliendosi il velo, tagliandosi i capelli, tagliando il velo stesso, non sono solo donne, come si vede da immagini e filmati sui vari social, le donne che protestano sono anche uomini.

Uomini che non lottano "per" le donne in uno slancio cavalleresco, ma "insieme" alle donne in uno slancio civile. Non stanno, insomma, lì come condottieri a traguardare l'orizzonte, ma come truppa. Fanno massa. Uomini che, riscrivendo la storia delle donne, riscrivono pure la loro.

Perché questo fanno gli esseri umani, indipendentemente da sesso e genere, quando sono oppressi o vedono altri oppressi, combattono. Chi non lo fa si è esercitato, contro la propria natura umana, a non farlo. Forse non è neanche bontà o coraggio, forse sono solo i neuroni specchio, ma che importano ragioni o sentimenti, ciò che conta è che quando vediamo qualcuno oppresso sappiamo, in fondo alle nostre terminazioni nervose, che quella oppressione un giorno potrebbe riguardaci. E dunque, ci opponiamo. Come possiamo.

Inoltre, e torno alla demografia, per valutare questa oppressione di oggi, in Iran, che non insiste su una minoranza, ma sulla metà della popolazione, non serve altro che contare. Contarsi. Siamo la metà. Forse, più della metà.

La seconda questione per la quale mi è evidente che le proteste continueranno e raggiungeranno il loro scopo sono i social. Attraverso TikTok - la piattaforma che ci ha esercitato a eseguire coreografie di salti, balli, esercizi fisici, lipsync, playback - si moltiplicano video di donne, iraniane o no, che si tagliano i capelli, escono in strada a capo scoperto e per questo rischiano l'arresto e le percosse - i morti civili accertati oscillano tra i 16 e i 32, secondo le fonti - si riverberano, da un profilo all'altro, nonostante la censura e le difficoltà, brevi filmati di donne fermate dalla polizia morale e schiaffeggiate ma che non vengono arrestate perché soccorse da altre donne e altri uomini che si frappongono tra vittima e carnefice (e malmenano il carnefice, contarsi, contare, ancora).

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Se qualcuno ha dimenticato che la protesta - addirittura la rivoluzione - è una serie di gesti attraverso cui si ottiene il sovvertimento di uno stato di oppressione, di gesti e di ritmi, prima solo sonori, poi anche verbali e che ora passano anche attraverso i video, i social stanno lì a ricordarcelo. Non è emulazione, è la ricostituzione di una grammatica. Anche di lotta. Pensate ai tamburi e alle trombe prima e durante la battaglia, pensate all'inseguimento di spondei e dattili nel motto del maggio francese "ce n'est qu'un debut/continuons le combat" (G. Bompiani, La risata del '68, nottetempo), e poi pensate ai video TikTok.

La questione zero, anteriore alle altre, è che non si può morire a 22 anni perché qualcuno, chiunque esso sia, decide che non sei adeguata. È uno spreco. E uso questa parola perché la usa il Cincinnatus di Nabokov (Invito a una decapitazione, Adelphi, trad. M. Crepax) che intuisce (per noi tutti) quanto il senso dello spreco, la tragedia dello spreco, sia il sintomo primo ed evidente del vivere in un regime di tirannide.