Ho molta stima di Enrico Letta. Lo conosco da quando era ragazzo, lo considero una “persona perbene” in un senso diverso da quel che indica con questa formula Silvio Berlusconi. Non lo immagino capace di mettersi al servizio di un dittatore per fare un colpo di Stato, per intenderci. Dico questo subito per evitare a chi abbia già bava alla bocca e sangue agli occhi di continuare a leggere. Non ci saranno gogne, qui. Un elenco di errori, forse, e di illusioni perdute. Nel rumore di spade che già echeggia, questo è un tentativo di capire le cose. Astenersi forcaioli, perciò.
Non ce la poteva fare, Enrico Letta. Arrivato da Parigi lindo e pinto, ancora fresca e non rimarginata (ma strenuamente depensata, pervicacemente smessa di essere pensata, come un amore malamato) la ferita dello “stai sereno” di Matteo Renzi, ha risposto alla chiamata ed è tornato nella fossa dei leoni, perché serviva. Era suo dovere. Tutto quel…
Ho molta stima di Enrico Letta. Lo conosco da quando era ragazzo, lo considero una “persona perbene” in un senso diverso da quel che indica con questa formula Silvio Berlusconi. Non lo immagino capace di mettersi al servizio di un dittatore per fare un colpo di Stato, per intenderci. Dico questo subito per evitare a chi abbia già bava alla bocca e sangue agli occhi di continuare a leggere. Non ci saranno gogne, qui. Un elenco di errori, forse, e di illusioni perdute. Nel rumore di spade che già echeggia, questo è un tentativo di capire le cose. Astenersi forcaioli, perciò.
Non ce la poteva fare, Enrico Letta. Arrivato da Parigi lindo e pinto, ancora fresca e non rimarginata (ma strenuamente depensata, pervicacemente smessa di essere pensata, come un amore malamato) la ferita dello “stai sereno” di Matteo Renzi, ha risposto alla chiamata ed è tornato nella fossa dei leoni, perché serviva. Era suo dovere. Tutto quel che c’è da dire sul Colosseo che ha trovato a Roma lo ha detto in otto righe Antonio Decaro, il mite saggio e amato sindaco di Bari, uno che non va tanto in tv perché non “funziona” nell’arena mediatica, non morde e non insulta. Ha detto, Decaro, qualcosa di cui vorrei fare l’esegesi come se fossero terzine dantesche. “In queste ore sarebbe troppo facile sparare a zero sul segretario del Pd, e sarebbe inutile”. Vero. Il capro espiatorio è la strada più comoda per lavarsi la coscienza, autoassolversi. Non sono io, non noi, è stato lui che ha sbagliato. L’epica dell’uomo solo al comando è esattamente il problema che abbiamo di fronte. Sarebbe davvero ridicolo applicarla all’analisi della sconfitta del Partito Democratico che è tra i pochissimi, mi sembra, che non aveva il nome del leader nel simbolo e non per caso: la politica è, dovrebbe essere, un processo e un progetto collettivo. Poi, certo, ci sono i risentimenti personali. I “nemici interni”, tutti nella propria metà campo: il campo largo, per definizione non si poteva fare — è non era una questione politica ma di narcisismi, soprattutto. Di egolatrie ferite. “È l’intero modello su cui il Pd si fonda che va smantellato”. Proprio così.
Letta ha trovato un modello di partito fondato sulla manutenzione del privilegio e del territorio. Piccole enclave di potentati intoccabili, spesso ombre di un passato glorioso e svanito, scie di satrapie scomparse eppure ancora vive nei pallidi inadeguati epigoni. Eredi, trisnipoti, famigli. “Basta con i capi corrente che fanno e disfano le liste a propria immagine e somiglianza”. Questo. Tutelare i capibastone, i fedelissimi. Il cognato a Cerveteri, il figlio del tesoriere a Ravenna e pazienza se il consenso svanisce, uno su tre non va più a votare, pazienza se tutti sanno benissimo che sei costretto a ‘blindare’ un candidato obbligato — sei sotto ricatto dei piccoli bacini elettorali, sempre più esigui — e a sacrificare quello che invece porterebbe consenso, non lo candidi perché non è di nessuno. “Basta con questo esercizio del potere per il potere. Basta con l’autoconservazione come unico scopo della politica”. Con Decaro ho quasi finito: questa è la colpa, questo il danno. Non avere avuto il coraggio di dire a quelli che portavano sei voti pazienza, vai pure: perdo i tuoi sei e provo a cercarne seimila di nuovi. Un esempio concreto.
È chiaramente Elly Schlein lo spirito nuovo, uno dei venti che soffiano. La ragazza che ha dovuto occupare il partito, Occupy Pd, per entrare: non la volevano, ma poi. Si poteva, doveva candidare dappertutto nell’uninominale, a giocarsi i collegi. Li avrebbe vinti. Invece a Modena, per dire, hanno mandato allo sbaraglio Aboubakar Soumaoro (poi ripescato per buona sorte nel plurinominale, in Lombardia) e Schlein nel listino. Bisognava osare, sempre, a dispetto dei veti. Non misurarsi, essere incommensurabili. Perdere in Emilia dieci collegi su sedici e in Toscana dieci su tredici è un’umiliazione inemendabile. Passerà alla storia. È una disfatta “figlia di meccanismi perversi. O torneremo a parlare alle persone o la sconfitta perpetua sarà il nostro ineluttabile destino” — e ho finito con Decaro. Non c’è molto altro da dire. Enrico Letta da solo, con i suoi stagisti arrivati da SciencePo, ha combattuto a mani nude contro i leoni di una struttura di potere governata da fantasmi ancora capaci però di ricattare, corrompere. Forse ha sentito la grande disillusione, il risentimento di un popolo smarrito, ma non è stato capace di proporre rivoluzione e di portarlo con sé. Gli italiani vogliono lavoro, vogliono una prospettiva per i figli, sicurezza, qualcuno vuole persino diritti, istruzione, libertà e giustizia. Bisognava fare piazza pulita dei satrapi e dire eccoci. Bisognava convocare i ragazzi e dire prego, tocca a voi. Ma non i giovani già vecchi, non i cloni: i ragazzi veri, anche a qualche rischio di defenestrazione. Non è successo. Infatti i ragazzi elettori, quasi quattro su dieci, non sono andati a votare. E’ stato pesante, aver governato coi Cinquestelle di Bibbiano, con Forza Italia — con Berlusconi, accidenti — e con la Lega. È stato un errore, non cambiare una legge elettorale che porta firma Rosato. Hai voglia a dire non potevamo.
Dovevate, invece. A ogni costo, anche a costo di perdere tanto perdevate lo stesso: almeno fieri di aver fatto la cosa giusta, di aver seminato. Ecco. Si ricomincia da qui. Dall’orto. Bisogna seminare un orto nuovo. Letta da solo non ce la poteva fare. Magari perdere così male serve a ripartire, succede sempre quello che deve succedere. Non ricominciamo coi potentati, però, al prossimo congresso. Con le rendite di posizione e coi poteri in dote. Che, vedete, non bastano: hanno vinto gli altri. Bisogna azzerare, mollare la presa. Cambiare tutto. Avere coraggio di lasciare casa, anche se costa. E’ quello, l’altro, il posto giusto.