Governo, la transizione secondo Meloni
di Stefano Folli , di Stefano FolliNegli Stati Uniti la transizione tra un presidente uscente e il suo successore dura circa due mesi e mezzo. È un periodo delicato, definito da regole precise e gestito da persone competenti. Si capisce perché. La fine di una presidenza e l'inizio di un'altra è lo spartiacque tra due stagioni, talvolta tra due modi diversi di concepire l'America e il suo futuro immediato.
Viceversa in Italia, sia per le caratteristiche del nostro sistema sia per una storia politica peculiare, non sempre il risultato elettorale ha scandito passaggi memorabili. Non sorprende quindi che la transizione da noi sia abbastanza ordinaria, senza nulla della solennità americana. In fondo il momento emotivo si riduce alla campanella che l'uscente fa tintinnare a Palazzo Chigi nel consegnarla all'entrante. Non molto di più.
Eppure stavolta è diverso. In primo luogo perché si passa da un governo "tecnico" di alto profilo, che di …
Negli Stati Uniti la transizione tra un presidente uscente e il suo successore dura circa due mesi e mezzo. È un periodo delicato, definito da regole precise e gestito da persone competenti. Si capisce perché. La fine di una presidenza e l'inizio di un'altra è lo spartiacque tra due stagioni, talvolta tra due modi diversi di concepire l'America e il suo futuro immediato.
Viceversa in Italia, sia per le caratteristiche del nostro sistema sia per una storia politica peculiare, non sempre il risultato elettorale ha scandito passaggi memorabili. Non sorprende quindi che la transizione da noi sia abbastanza ordinaria, senza nulla della solennità americana. In fondo il momento emotivo si riduce alla campanella che l'uscente fa tintinnare a Palazzo Chigi nel consegnarla all'entrante. Non molto di più.
Eppure stavolta è diverso. In primo luogo perché si passa da un governo "tecnico" di alto profilo, che di fatto conclude una stagione di esecutivi almeno in parte extra-politici nati in vari momenti su iniziativa del presidente della Repubblica, a un ministero fondato su un mandato popolare. Un mandato che ovviamente divide il Paese e scatena passioni, ma questo è un bene. E c'è dell'altro.
La vittoria della destra, secondo modalità e proporzioni sconosciute in passato, segna un salto di notevoli proporzioni per la vita pubblica. "L'anno zero" del Partito Democratico ne è il riflesso più lampante.
Ma l'attesa per le scelte e lo stile di governo di Giorgia Meloni costituisce l'altra faccia della medaglia. Una giovane figlia di una cultura politica opposta a quelle dominanti negli anni della Repubblica finisce - è inevitabile - sotto esame. Sul piano interno e internazionale. Deve scansare ostacoli di ogni genere, ma soprattutto è chiamata a dar prova di quel "senso di responsabilità" da lei stessa evocato nelle ultime ore.
Ecco allora che la parola "transizione" acquista un significato nuovo, avvicinando l'esperienza italiana a quella americana. In un arco di tempo di circa un mese, gli aiutanti della futura premier e lei stessa dovranno impadronirsi di tutti i "dossier" essenziali per cominciare col piede giusto. In testa ci sono i temi economici, i dati del bilancio dello Stato, la gestione del Pnrr (e anche gli eventuali ritocchi da negoziare con l'Ue).
Si capisce che il sentiero è tortuoso: vi si incrociano, da un lato, la tutela dei conti pubblici, la politica fiscale, le prime scelte economiche e dall'altro il rapporto con un'Europa dubbiosa e diffidente. È transizione, certo, ma al tempo stesso è già confronto acceso.
Basti pensare che la legge di bilancio dovrebbe essere presentata all'Unione il 16 ottobre, quando il governo ancora non sarà formato. Né ha senso pensare che debba essere Mario Draghi a occuparsene. Si chiederà una proroga a Bruxelles e non è un dramma. Quel che conta è il clima politico nel quale si compirà questa transizione.
Guido Crosetto, conosciuto come uno dei principali collaboratori di Giorgia Meloni, chiede all'opposizione - e non è la prima volta - uno spirito costruttivo. "Nella fase d'emergenza bisogna fare in modo che tutti remino nella stessa direzione. Chi è all'opposizione deve farlo in modo non pregiudiziale e strumentale, privilegiando l'interesse generale del paese e delle istituzioni" (al Messaggero). S'intende che in cambio i partiti fuori dalla maggioranza sono autorizzati a chiedere al governo di Fratelli d'Italia una linea non anti-europea, non ostile ai valori di fondo di cui l'Unione si ritiene depositaria.
Può essere l'inizio di una legittimazione reciproca tra destra e sinistra. Ovvero può essere il primo passo verso altri conflitti intestini. Dipende un po' da tutti, ma in prima battuta dalla vincitrice del 25 settembre. È prioritaria la sua capacità di darsi un profilo istituzionale, magari ascoltando i consigli di Mattarella e Draghi.