Il tecno-sovranismo di Meloni
di Gilles Gressani , di Gilles GressaniCento anni dopo la marcia su Roma, la storia non si ripete né in tragedia, né in farsa. Pur rivelando un problema essenziale della cultura politica italiana con la sua memoria, Giorgia Meloni non incarna il ritorno per l’Italia nel ventennio del fascismo — ma l’apparizione di una nuova formula politica che potremmo definire con un neologismo: tecno-sovranismo. Prodotto della sintesi tra l’integrazione dei vincoli esterni e delle logiche tecnocratiche interne, l’adesione al quadro dell’Alleanza atlantica anche nella sua dimensione geopolitica europea, con allo stesso tempo un’insistenza evidente su valori estremamente conservatori e istanze neonazionaliste. Questo riallineamento è per il momento soprattutto tattico e presenta delle ambiguità. Almeno in parte è il prodotto del netto vantaggio nei sondaggi che ha permesso alla leader di Fratelli d’Italia di non dovere condurre una campagna di rottura rivol…
Cento anni dopo la marcia su Roma, la storia non si ripete né in tragedia, né in farsa. Pur rivelando un problema essenziale della cultura politica italiana con la sua memoria, Giorgia Meloni non incarna il ritorno per l’Italia nel ventennio del fascismo — ma l’apparizione di una nuova formula politica che potremmo definire con un neologismo: tecno-sovranismo. Prodotto della sintesi tra l’integrazione dei vincoli esterni e delle logiche tecnocratiche interne, l’adesione al quadro dell’Alleanza atlantica anche nella sua dimensione geopolitica europea, con allo stesso tempo un’insistenza evidente su valori estremamente conservatori e istanze neonazionaliste. Questo riallineamento è per il momento soprattutto tattico e presenta delle ambiguità. Almeno in parte è il prodotto del netto vantaggio nei sondaggi che ha permesso alla leader di Fratelli d’Italia di non dovere condurre una campagna di rottura rivolta all’elettorato italiano.
L’obiettivo non è tanto banalizzare o normalizzare una linea politica che su molti temi resta estrema, quanto di istituzionalizzarla proponendo un rialllineamento fondamentale su alcuni punti percepiti come assolutamente cruciali per la tecnocrazia italiana e europea come per gli apparati diplomatici e militari della Nato.
È proprio decidendo di trasformare la sua posizione sull’Ucraina e almeno in parte sull’Europa, che una proposta che si situa più a destra nei valori e nella cultura politica rispetto alla Lega di Salvini è apparsa come un’ipotesi di governo molto più coerente. Un dato deve essere chiaro: Meloni non vuole uscire dall’euro. Il fallimento elettorale del partito che proponeva l’Italexit, come della Lega salviniana persa nelle ambiguità sul sostegno alla moneta unica sono due facce dello stesso mutamento. Grazie soprattutto all’azione di Mario Draghi — che sembra oggi intenzionato a diventare una sorta di garante del riallineamento tecno-sovranista di Giorgia Meloni — l’euro ha finito per dare forma a un sentimento di appartenenza diffuso, ridefinendo dei limiti chiari a ogni tentativo serio di conquista del potere nella seconda potenza industriale europea.
Radicando nell’elettorato l’idea che rappresenti una forma di protezione, l’euro ha imposto una scala geografica più larga anche alle forze che contestavano in modo radicale l’ordine europeo.
Questa dinamica non è nuova. Da diversi anni assistiamo a uno sforzo, soprattutto retorico, da parte dell’estrema destra europea di ridefinirsi attorno a un progetto riassunto dall’idea del premier ungherese Viktor Orbán di un’ “Europa bianca e cristiana” in grado di costituire una sorta di internazionale neonazionalista su scala continentale per cambiare i rapporti di forza e proporre una nuova “Europa delle nazioni”.
Ma se non siamo nell’Europa del 1922, non siamo nemmeno in quella del 2021. Dal mese di febbraio di quest’anno, l’Unione e gli Stati membri stanno attraversando un “momento schmittiano”, caratterizzato dall’improvvisa comparsa di un nemico nella massima intensità politica, di una guerra che sta generando il processo di costruzione di una nazione in Ucraina.
Questa politicizzazione trasforma l’aspetto tecnocratico, a volte impolitico, della costruzione europea, dando un potenziale vantaggio alle forme neo-nazionaliste, riconfigurando il loro assetto: oggi l’Ungheria di Orbán e la Polonia del PiS sono sue due fronti contrapposti difficilmente concilliabili.
La profondità strategica di questa formula politica potrà essere verificata soltanto dai prossimi passaggi, primo tra i quali la nomina dei posti chiave del prossimo governo. Dal laboratorio italiano sembra però già emergere un’ipotesi tecno-sovranista coerente con un nuovo ordine continentale. Le Pen prende appunti.
L’autore è direttore della rivista francese di studi geopolitici Grand Continent