Ci sarebbe da chiedersi dove sia finita la Giorgia Meloni arruffaspagnoli, dall'ugola sotto costante sforzo e le identità così comuni di donna, madre, cristiana proclamate come altrettanti gridi di battaglia. Terrore dei virologi, fustigatrice di maggioranze (anche quando alleata ad alcuni partecipanti), palpito dei nostalgici, grattacapo delle femministe: la corsa dalle percentuali da prefisso telefonico sino alla maggioranza relativa è riuscita anche a lei, dopo Movimento 5 Stelle e Lega (e, in termini personali, al Matteo Renzi che partì dalla provincia fiorentina come rottamatore quasi solitario).
Ora afferma atlantismo e europeismo come se non li avesse mai messi in dubbio, al muso duro sostituisce il sorriso un poco canzonatorio, all'aggressività la responsabilità. Il fascismo, macché eterno: lo si sbriga come un tema fuori tempo, con tutti i problemi che abbiamo oggi. La futura premier ha insomma cambiato modalità…
Ci sarebbe da chiedersi dove sia finita la Giorgia Meloni arruffaspagnoli, dall'ugola sotto costante sforzo e le identità così comuni di donna, madre, cristiana proclamate come altrettanti gridi di battaglia. Terrore dei virologi, fustigatrice di maggioranze (anche quando alleata ad alcuni partecipanti), palpito dei nostalgici, grattacapo delle femministe: la corsa dalle percentuali da prefisso telefonico sino alla maggioranza relativa è riuscita anche a lei, dopo Movimento 5 Stelle e Lega (e, in termini personali, al Matteo Renzi che partì dalla provincia fiorentina come rottamatore quasi solitario).
Ora afferma atlantismo e europeismo come se non li avesse mai messi in dubbio, al muso duro sostituisce il sorriso un poco canzonatorio, all'aggressività la responsabilità. Il fascismo, macché eterno: lo si sbriga come un tema fuori tempo, con tutti i problemi che abbiamo oggi. La futura premier ha insomma cambiato modalità, con immutato tasso di efficacia, è passata da inquietante a rassicurante.
La tradizione sciita ha la Taqiyya (in senso proprio, "prudenza", "timore di Dio") che quando si è in pericolo richiede e anzi prescrive di dissimulare la propria fede. Del resto anche San Pietro, prima che il gallo cantasse, rinnegò. La cultura contemporanea la mette giù nettamente più morbida e senza evocare categorie peraltro care alla stessa Meloni, come quella di "tradimento", ne fa una questione eminentemente tecnica.
Un partito neonato deve farsi conoscere, distinguersi da tutti gli altri. Le posizioni antisistema del sovranismo e del più estremo tradizionalismo cattolico vanno evidenziate con l'inchiostro fosforescente delle sparate guerriere contro l'Europa, contro gli immigrati e contro tutti i diversi "loro" individuati dal complottismo paranoico, per la massa piatto ghiottissimo. Esclamativi, slogan urlati, facce truci.
È stata anche una questione di brand. Il nome è quello del marchio che il bovaro stampigliava a fuoco sui capi della sua mandria. Già aver scelto un'insegna come Fratelli d'Italia mostrava che non era più l'epoca di denominazioni tutto sommato generiche e blande come la previdenziale Alleanza nazionale, il fiabesco Popolo delle Libertà e il pastorale Futuro e Libertà. Fratelli d'Italia è assai più caratterizzato: si annette l'inno nazionale, lo rivendica come identità primaria rispetto a quella europea, evoca comunque lo "stringiamci a coorte / siam pronti alla morte" che esibisce un bellicismo orgoglioso e senza remore.
Ma quando il partito non è più tanto piccolo e anzi ambisce a superare tutti gli altri, allora si abbassano i toni, ci si allontana dai vecchi alleati più imbarazzanti, si gioca con le parole per negare di voler togliere il diritto all'aborto e affermare di voler invece dare alle donne il diritto di non abortire. Ma al marchio corrisponde l'immagine che dovrebbe affascinare, coinvolgere, persuadere il pubblico: quando cambia l'epoca e quando cambia il pubblico bisogna operare un rebranding.
Nel corso della passata legislatura la leader si è discretamente allontanata dalle posizioni del passato: non ha rinfocolato le simpatie putiniane, ha messo in risalto il suo ruolo di presidente del Partito (non certo radicale) dei conservatori e riformisti europei. A differenza di Salvini (e del Papa) non ha incontrato il vecchio sodale Viktor Orbán nella sua recente visita a Roma.
Accortezze analoghe hanno condotto Marine Le Pen in Francia al secondo turno delle presidenziali: nel confronto televisivo con Emmanuel Macron ha accantonato i temi più urticanti, e a lei più consueti, dell'immigrazione e dell'islamismo. Ha fatto dimenticare i paterni elogi del colonialismo francese e ha accettato di avere nemici a destra, nella persona dell'estremista Éric Zemmour e della di lei nipote Marion Maréchal. Antisistema come era sempre stata, si è proposta come presidente "della concordia, della giustizia, della fraternità nazionale, della pace civile": non ha vinto ma molti ne ha convinti.
In modo analogo, il leader svedese Jimmie Akesson nel simbolo del partito dei Democratici svedesi (già in odore di neonazismo) ha sostituito l'inquietante torcia con un fiore, ha espulso gli esponenti più imbarazzanti, silenziato il suprematismo esplicito ed è giunto alle soglie del governo.
Cordiale e simpatica come e più di questi altri due leader europei, a Giorgia Meloni il gioco tacco-punta, tra maquillage sapiente e strategiche retromarce, è riuscito ancor meglio.
Oltre al distacco dal passato rimangono le altrettanto strumentali ambiguità del presente sul retaggio fascista, sulle contiguità passate, sulle riserve che tuttora esistono e resistono a uno schietto europeismo. Come si scioglieranno tali ambiguità, nella prassi di governo?
Rimane quello che le elezioni italiane (come le francesi e le svedesi) dimostrano una volta di più: per qualche ragione ai partiti di destra, e solo a loro, riesce di far convivere l'apparizione (o apparenza) del nuovo con il riferimento incessante, anche se discreto, a tradizioni identitarie del passato. Un passato remoto quando non arcaico, già sconfitto, e con disonore, dalla Storia.