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La maschera del dittatore

(ansa)

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Il discorso di Putin per l'annessione delle quattro province ucraine e i contrasti stridenti con la realtà al fronte
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C'è un contrasto stridente tra il bellicoso discorso di Putin alla cerimonia per la firma dei trattati di annessione delle quattro nuove enclave russe in Ucraina e le file di russi che tentano con ogni mezzo di passare la frontiera con la Georgia per sottrarsi alla "mobilitazione parziale" ordinata dallo zar nel tentativo di raddrizzare le sorti dell'"operazione militare speciale", lanciata ormai quasi otto mesi fa.


C'è un contrasto stridente tra la tronfia enfasi militare di Putin, che ha ringraziato gli "eroi" morti in Ucraina e le loro famiglie tra gli applausi di un'inespressiva nomenklatura vestita con gli abiti migliori, e le intercettazioni telefoniche del Sbu, i servizi ucraini, pubblicate dal New York Times. Nelle quali i soldati della sbrindellata armata russa, che doveva conquistare Kiev in poche settimane, raccontano a madri, mogli, fidanzate le atrocità di una guerra feroce, altro che "operazion…

C'è un contrasto stridente tra il bellicoso discorso di Putin alla cerimonia per la firma dei trattati di annessione delle quattro nuove enclave russe in Ucraina e le file di russi che tentano con ogni mezzo di passare la frontiera con la Georgia per sottrarsi alla "mobilitazione parziale" ordinata dallo zar nel tentativo di raddrizzare le sorti dell'"operazione militare speciale", lanciata ormai quasi otto mesi fa.


C'è un contrasto stridente tra la tronfia enfasi militare di Putin, che ha ringraziato gli "eroi" morti in Ucraina e le loro famiglie tra gli applausi di un'inespressiva nomenklatura vestita con gli abiti migliori, e le intercettazioni telefoniche del Sbu, i servizi ucraini, pubblicate dal New York Times. Nelle quali i soldati della sbrindellata armata russa, che doveva conquistare Kiev in poche settimane, raccontano a madri, mogli, fidanzate le atrocità di una guerra feroce, altro che "operazione militare speciale", nella quale muoiono a grappoli e sono costretti a uccidere civili inermi, donne e bambini. E chiamano "pazzo" chi li ha mandati al massacro, l'ex tenente colonnello del Kgb Vladimir Vladimirovic Putin, assurto ai fasti del trono di un impero che si è sbriciolato nel 1991 in tanti pezzi, "nati dopo la tragedia della dissoluzione dell'Urss", come lui stesso ha ricordato nella sala San Giorgio; rinnovando il rimpianto che ha marcato tutto il suo percorso politico e che ieri ha assunto toni lugubri e vendicativi.


E c'è, infine, un contrasto stridente tra la grande festa sulla Piazza Rossa, secondo lo stesso copione adottato per l'annessione della Crimea, con la partecipazione forzata di migliaia di lavoratori e studenti minacciati dai capi di licenziamento e di bocciatura in caso di diserzione; e l'angoscia delle famiglie di quelli che sono al fronte e di quelli che stanno per andarci dopo la mobilitazione definita "parziale" per perpetrare la grande finzione dell' "operazione militare speciale". Ora anche le compagne di chi è riuscito a sottrarsi fuggendo in Finlandia, in Kazakhistan, e soprattutto in Georgia, vivono nel terrore perché lo Fsb, erede del Kgb, minaccia rappresaglie e perfino l'arresto per i congiunti dei renitenti alla leva. Sarebbero trecentomila, secondo stime non verificabili. Quanti di loro avranno la forza di abbandonare al loro destino le famiglie in patria pur di sottrarsi alla chiamata alle armi?


Con la mobilitazione dei riservisti (che secondo varie fonti non sarebbe così "parziale" come affermano i comunicati ufficiali) Putin ha rotto una sorta di patto tacito con la sua popolazione. Finora aveva mandato a morire soprattutto ragazzi delle minoranze etniche delle repubbliche più remote della Federazione, come la Buriazia o il Daghestan, e aveva cercato di risparmiare i russi per mantenere alto il consenso di cui ha sempre goduto da quando è succeduto a Eltsin al Cremlino. Anche la cosmesi dell' "operazione militare speciale" aveva lo scopo di non allarmare i russi. Ora, invece, tutti sentono il fantasma della guerra aleggiare nello loro case. Come ha raccontato Giampaolo Visetti dalla frontiera con la Georgia, fuggono ingegneri, specialisti di informatica, medici, professionisti che possono trovare un lavoro all'estero. È una fuga di cervelli, oltre che di braccia che possono imbracciare un'arma. Ed è una rivolta politica contro la propaganda del Cremlino e dei media asserviti. Secondo i sondaggi più attendibili il consenso dello zar è sceso di sei punti in una settimana e non supera il 60 per cento, il più basso da quando è al potere.


Putin non è un pazzo, come dicono le telefonate dei soldati riportate dal New York Times e come qualcuno tende a descriverlo sbrigativamente in Occidente. È un cinico e un amorale, allevato nella dottrina senza scrupoli del Kgb, disposto a tutto per il potere e la gloria dell'Urss reincarnata nella Russia. Quando era il capo della stazione del Kgb a Dresda invocava l'intervento dei carri armati sovietici per impedire il crollo della Germania comunista di Honecker: come a Praga nel '68 o a Budapest nel '56. Oggi è pronto a sacrificare decine di migliaia di russi per realizzare il sogno di ricongiungere l'Ucraina alla Russia e rimettere insieme un po' di "pezzi" della defunta Unione Sovietica. E la nuvola di metano nei cieli di Norvegia e Svezia, frutto del sabotaggio al Nord Stream 2, è un minaccioso avvertimento all'Occidente. Come tutto il suo discorso nel quale ha nuovamente lasciato cadere un implicito ricatto nucleare, ricordando che l'uso dell'atomica da parte degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale "ha creato un precedente".


Ma il contrasto tra la sfavillante retorica di potenza e di rivincita della cerimonia al Cremlino e la situazione sul terreno, al fronte e alle frontiere della Russia, trasmetteva piuttosto il senso del crepuscolo di un dittatore. La domanda angosciante è: quanto durerà questo crepuscolo e quanti (e soprattutto quali) danni farà. Non solo alla Russia.