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Flat tax e pensioni, un bagno di realismo

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Dietro le quinte è cominciato uno scontro molto duro per il governo. I due "alleati", Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, uniscono le loro deboli forze per ricattare Giorgia Meloni. La quale sa di dover accettare una forma di accordo
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Molto prima che ne parlasse il presidente della Confindustria, si era capito che la flat tax non è sul tavolo del nuovo governo. È stata una bandierina soprattutto della Lega, condivisa blandamente da Forza Italia ed esclusa in modo implicito da Fratelli d'Italia. Del resto, i programmi elettorali dei partiti quasi mai valgono la carta su cui sono scritti.

La prospettiva più volte indicata da Giorgia Meloni è infatti tutt'altra cosa: detassare le nuove assunzioni nelle imprese, così da rendere conveniente, a certe condizioni, accrescere il numero dei dipendenti, si suppone in buona misura giovani. È un'idea di Maurizio Leo, il consigliere della presidente di FdI destinato a occuparsi di fisco e finanze nel prossimo esecutivo (si vedrà se da ministro, in caso di scorporo del dicastero dell'Economia, o da viceministro).

In ogni caso, questa è la strada e c'è da credere che la Confindustria non abb…

Molto prima che ne parlasse il presidente della Confindustria, si era capito che la flat tax non è sul tavolo del nuovo governo. È stata una bandierina soprattutto della Lega, condivisa blandamente da Forza Italia ed esclusa in modo implicito da Fratelli d'Italia. Del resto, i programmi elettorali dei partiti quasi mai valgono la carta su cui sono scritti.

La prospettiva più volte indicata da Giorgia Meloni è infatti tutt'altra cosa: detassare le nuove assunzioni nelle imprese, così da rendere conveniente, a certe condizioni, accrescere il numero dei dipendenti, si suppone in buona misura giovani. È un'idea di Maurizio Leo, il consigliere della presidente di FdI destinato a occuparsi di fisco e finanze nel prossimo esecutivo (si vedrà se da ministro, in caso di scorporo del dicastero dell'Economia, o da viceministro).

In ogni caso, questa è la strada e c'è da credere che la Confindustria non abbia buttato a casaccio il sasso nello stagno, ma sia convinta che il premier in pectore si prepari a muoversi in tale direzione; anche dicendo "no" all'ondata dei pre-pensionamenti, altro tema toccato da Bonomi.

Si tratta dunque di questioni che smentiscono in primo luogo il partito di Salvini e la sua retorica pre-25 settembre. A conferma di due aspetti preliminari che investono la solidità e l'affidabilità del prossimo esecutivo. Il primo riguarda il peso e il ruolo della Lega nella coalizione vincitrice. Il secondo ha molto a che vedere con la sostanza delle proposte salviniane.

Il fatto che la Lega abbia raccolto l'8,8 per cento (la metà dei voti del 2018, un quarto di quelli avuti alle europee dell'anno successivo) dovrebbe impedire al leader di parlare e agire come se fosse lui il trionfatore. Salvini deve invece salvare se stesso muovendosi dentro una cornice molto diversa da quattro anni fa e facendo i conti con la realtà: operazione che gli procura qualche difficoltà.

Bisogna riconoscere che il vecchio Bossi gli ha lanciato una ciambella di salvataggio quando ha suggerito che il Carroccio torni a parlare di autonomia del Nord. Basta con il paradigma fallito del partito nazionalista e basta anche con programmi, come la flat tax, che la Lega oggi - tra recessione e conseguenze della guerra - non ha la forza per imporre. Il ritorno alla vecchia linea autonomista significa, tra l'altro, allargare il quadro con un tema in grado di dare l'impronta alla legislatura. Vedremo.

C'è peraltro un terzo punto che si annoda ai primi due: la ripartizione dei dicasteri. Si fa ironia sul numero abbastanza elevato dei ministri "tecnici" di cui si vocifera, quasi che Giorgia Meloni voglia emulare Draghi. Il gioco è divertente e contiene un nocciolo di verità. S'intende, alla fine i "tecnici" nel governo Meloni saranno pochi, probabilmente pochissimi. Ma il fatto che se ne parli lascia intendere un doppio problema.

Il primo è la natura strategica di alcuni dei grandi ministeri, quelli su cui il presidente della Repubblica esercita il suo controllo: Esteri, Difesa, Interno a cui si aggiungono l'Economia e forse la Giustizia. In tempi di forti tensioni internazionali, sotto lo sguardo dell'Unione e dei partner della Nato, i primi tre o quattro richiedono la scelta di personalità inattaccabili. Non possono essere affidati allo scambio mercantile delle correnti o peggio delle fazioni.

Ciò significa che dietro le quinte è cominciato uno scontro molto duro. I due "alleati", Berlusconi e Salvini, uniscono le loro deboli forze per ricattare la futura premier. La quale sa di dover accettare una forma di accordo: ma un conto è un compromesso di buona qualità e un altro è una resa. Vorrebbe dire azzoppare il governo prima ancora del voto di fiducia.

Tutto questo rende Giorgia Meloni un'imitazione di Draghi e come tale irriconoscibile agli occhi dei suoi elettori? Può darsi. Ma si chiama bagno di realismo.