Camera e Senato, se una presidenza va all'opposizione
di Stefano Folli , di Stefano FolliSi parla molto dei ministri, volti e nomi del prossimo governo, ed è logico. Tuttavia si parla meno del primo appuntamento della legislatura, coincidente con un passaggio tutt'altro che secondario. Passaggio insieme politico e istituzionale, dal momento che servirà a definire gli equilibri in Parlamento e in un certo senso a indicare il clima dei rapporti fra maggioranza e opposizione. Si tratta, come si capisce, dell'elezione dei due presidenti di Camera e Senato.
Giorni fa il tema era affiorato sui giornali con la suggestione di un centrodestra disposto a concedere alle opposizioni la presidenza di una delle due assemblee. Si attribuiva l'idea a Giorgia Meloni, come pegno di una "normalità" istituzionale premessa della reciproca legittimazione delle forze in campo. Tuttavia, così come era emerso, il tema si è inabissato.
E gli argomenti per non parlarne più abbondano, talvolta più faziosi che razionali. Il prim…
Si parla molto dei ministri, volti e nomi del prossimo governo, ed è logico. Tuttavia si parla meno del primo appuntamento della legislatura, coincidente con un passaggio tutt'altro che secondario. Passaggio insieme politico e istituzionale, dal momento che servirà a definire gli equilibri in Parlamento e in un certo senso a indicare il clima dei rapporti fra maggioranza e opposizione. Si tratta, come si capisce, dell'elezione dei due presidenti di Camera e Senato.
Giorni fa il tema era affiorato sui giornali con la suggestione di un centrodestra disposto a concedere alle opposizioni la presidenza di una delle due assemblee. Si attribuiva l'idea a Giorgia Meloni, come pegno di una "normalità" istituzionale premessa della reciproca legittimazione delle forze in campo. Tuttavia, così come era emerso, il tema si è inabissato.
E gli argomenti per non parlarne più abbondano, talvolta più faziosi che razionali. Il primo è che la sinistra si è ben guardata dal compiere un analogo atto di generosità quando si è trovata ad avere una maggioranza, sia pure striminzita.
Si fa il caso del 2013, con le presidenze assegnate senza tante cerimonie a Pietro Grasso e Laura Boldrini. Diverso ma significativo l'esempio del 2018, quando i due blocchi elessero Roberto Fico (M5S) a Montecitorio ed Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia, ma con forte sostegno della Lega) a Palazzo Madama. Era la premessa della convergenza del binomio Salvini-Di Maio sul primo governo Conte. Ma se si va indietro nel tempo, almeno nell'arco 1968-1994, si vede che la Prima Repubblica tendeva a eleggere i presidenti delle Camere in funzione di riequilibrio. E appunto di legittimazione.
Sandro Pertini, socialista, fu il primo non democristiano a Montecitorio, nella fase di decadenza del centrosinistra. Ma vi rimase anche nel '72, all'inizio dell'effimera stagione neo-centrista. Dopo di lui ci fu Pietro Ingrao, storico esponente del Pci. Si disse che in tal modo il "compromesso storico" mostrava il suo volto consociativo. In realtà le presidenze condivise, quindi non occupate da una fazione contro l'altra, rappresentavano un fattore di civiltà politica, tipico di una democrazia matura.
Poi l'abitudine si perse con l'avvento del bipolarismo: si ricorderà lo scontro all'ultimo voto con cui nel '94 il centrodestra rifiutò di confermare Giovanni Spadolini a Palazzo Madama in favore di Carlo Scognamiglio (mentre la leghista Irene Pivetti aveva la Camera).
Ora siamo di nuovo davanti a un bivio. Giorgia Meloni può riallacciarsi a una tradizione non disprezzabile della Prima Repubblica, nell'intento di rendere più fluidi i rapporti parlamentari e trasmettere un messaggio positivo anche all'estero. Oppure può restare nel solco della consuetudine più recente. Nella seconda ipotesi non ci sarebbe nulla di scandaloso e nemmeno di inappropriato.
Nel primo caso, tuttavia, si darebbe un segnale di novità a tutto campo. Qualcosa di sorprendente, considerate le abitudini di una politica rissosa e spesso mediocre. Diciamo che tutto lascia presumere che il centrodestra vorrà tenersi strette entrambe le presidenze. Si avverte a destra una discreta fame di poltrone e nessuno dai banchi dell'opposizione che possa ergersi a giudice, dati i precedenti.
Comunque vada, la vicenda delle due presidenze sarà il primo test per la leadership della vincitrice del 25 settembre. Per quanto l'evento sia improbabile, dare una delle due Camere al centrosinistra - magari il Senato, dove la maggioranza è più sottile - significa far intendere ai due "alleati", Salvini e Berlusconi, chi detiene lo scettro all'indomani delle elezioni. Rivendicare le due presidenze, viceversa, vuol dire cederne poi una alla Lega e una a Forza Italia. A seconda dei punti di vista, può essere un intelligente compromesso oppure un pericoloso cedimento. Il primo di una lunga serie.