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L'elefante nella stanza

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Matteo Salvini è un problema per Meloni che deve decidere se includerlo o escluderlo dal governo. Ogni scelta può avere conseguenze
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A dieci giorni dalla prima riunione delle Camere, che darà l’avvio alla formazione del nuovo governo, Giorgia Meloni ha scoperto di avere un elefante nella stanza. Il problema di cui tutti parlano, dentro Fratelli d’Italia ma anche nella stessa Lega, ha un nome e cognome: Matteo Salvini. È come il vecchio zio che nessuno vuole avere vicino al pranzo di Natale, sapendo che alzerà troppo il gomito e si metterà a raccontare sempre le stesse storie. L’ultima trovata è il consiglio federale leghista convocato oggi per stilare un elenco di nomi da portare al governo. Un espediente tattico per ribadire che, in cima a quell’elenco, c’è sempre lui, il Capitano delle battaglie perse.


L’interrogativo, a questo punto, riguarda anzitutto i suoi compagni di partito. Nel Pd il segretario Enrico Letta, pur avendo migliorato il dato di lista rispetto alle ultime politiche, ha deciso di dimettersi. Ma se c’è…

A dieci giorni dalla prima riunione delle Camere, che darà l’avvio alla formazione del nuovo governo, Giorgia Meloni ha scoperto di avere un elefante nella stanza. Il problema di cui tutti parlano, dentro Fratelli d’Italia ma anche nella stessa Lega, ha un nome e cognome: Matteo Salvini. È come il vecchio zio che nessuno vuole avere vicino al pranzo di Natale, sapendo che alzerà troppo il gomito e si metterà a raccontare sempre le stesse storie. L’ultima trovata è il consiglio federale leghista convocato oggi per stilare un elenco di nomi da portare al governo. Un espediente tattico per ribadire che, in cima a quell’elenco, c’è sempre lui, il Capitano delle battaglie perse.


L’interrogativo, a questo punto, riguarda anzitutto i suoi compagni di partito. Nel Pd il segretario Enrico Letta, pur avendo migliorato il dato di lista rispetto alle ultime politiche, ha deciso di dimettersi. Ma se c’è un grande sconfitto dal voto del 25 settembre, quello è proprio Salvini. Possibile che nessuno, tra i leghisti che hanno fatto fuori persino il padre fondatore Bossi, abbia il coraggio politico di contestare una linea così perdente? Niente, tutti zitti. Eppure non si è trattato di una perdita da poco. Come ha scritto ieri su questo giornale Ilvo Diamanti, il più grande analista italiano del fenomeno delle Leghe fin dalla loro apparizione 40 anni orsono, il tracollo salviniano è stato di una scala senza precedenti, lasciando sul terreno oltre tre milioni di voti rispetto al 2018. Se il confronto è con le Europee, la caduta dà persino le vertigini, dal 34% all’8,8%. Eppure nella Lega tutti, da Zaia a Fedriga, fino al draghiano Giorgetti sembrano fischiettare. Un giorno forse capiremo il perché.

L’aggravante è che il risultato disastroso del voto politico non è un fulmine a ciel sereno. Arriva dopo la sconfitta netta del 12 giugno, quella sui referendum sulla giustizia. E prima ancora c’era stato il voto deludente, a dir poco, alle amministrative di ottobre 2021, quando già si intravedevano pericolosi smottamenti proprio nelle città del Nord. Di sconfitta in sconfitta, ma sempre inamovibile. Sempre contestato a mezza bocca e dietro le spalle, mai sfidato apertamente. Nemmeno la vicinanza a Putin, la vicenda imbarazzante del viaggio a Mosca organizzato dall’ambasciata russa, lo show contro le sanzioni occidentali messo in piedi a Cernobbio hanno provocato critiche o contestazioni alla linea. Ancora una volta, tutti zitti.


C’è voluto il vecchio lupo allontanato dal branco, Umberto Bossi, per dire che il re è nudo. Con la creazione a sorpresa del “Comitato per il Nord”, il fondatore del Carroccio ha rotto il tabù del correntismo interno e ha sfatato per la prima volta il mito del partito leninista, dove al capo si ubbidisce perinde ac cadaver, come dicevano una volta i gesuiti. Vedremo se, sul piano interno, Salvini sopravviverà anche stavolta e se i governatori del Nord chineranno l’ennesima volta la testa. È possibile.


Ma il vero problema ce l’ha in casa Giorgia Meloni. Lo si è visto ieri, quando il presidente degli industriali italiani, non un pericoloso comunista, ha fatto a coriandoli (proprio a Varese, culla della Lega!) il programma elettorale di Salvini, dalla flat tax ai prepensionamenti. Una conferma che la strada che l’Italia ha di fronte è in qualche modo segnata. E va in un senso opposto a quello indicato dallo stratega di via Bellerio. Con la crisi energetica che strangola il Paese non si può, come ripete il segretario della Lega, “fare come la Germania”. Come ha detto il ministro Cingolani da Lucia Annunziata, “la direzione è tecnicamente obbligata” e passa per una soluzione europea. Ora, a meno di due settimane dalle consultazioni, la leader di Fratelli d’Italia è a un bivio: minare il governo affidando un ministero di peso a Salvini, pur sapendo che inizierà a usarlo subito per cercare la sua rivincita politica, oppure escluderlo del tutto, lasciando che bombardi da fuori il quartier generale? Ci sarebbe una terza via, ma passa per il coraggio dei dirigenti leghisti. Una merce che da quelle parti finora è stata più scarsa del gas russo.