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Governo, i conti senza l'oste

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In tanti nel centrodestra si propongono per un incarico, ma la situazione per Meloni è complessa. E alla fine il Quirinale sarà determinante
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Un grande spettacolo teatrale sta andando in scena durante queste settimane. Ma è un teatro senza pubblico, senza spettatori. E senza luci a illuminare la ribalta. In compenso gli attori si contano a decine, forse centinaia. Capi e sottocapi di partito, candidati a uno scranno da ministro, sottosegretario, presidente o vicepresidente del Senato, della Camera, o al limite d'un gruppo parlamentare. I posti in palio sono tanti, benché sempre di meno rispetto agli appetiti. E fra quanti aspirano all'incarico non figurano soltanto i neoeletti della destra, cui spetteranno le chiavi del governo. No, s'affollano altresì esperti e dottori di varie discipline, dal virologo che si dichiara generosamente disponibile per il ministero della Salute al sociologo che s'offre per il Welfare. Uomini e donne di destra, ma talvolta pure di sinistra - un pronto soccorso per i vincitori.


Nel frattempo loro, i vincitori, confabulano, compilano liste e pizzini, si s…

Un grande spettacolo teatrale sta andando in scena durante queste settimane. Ma è un teatro senza pubblico, senza spettatori. E senza luci a illuminare la ribalta. In compenso gli attori si contano a decine, forse centinaia. Capi e sottocapi di partito, candidati a uno scranno da ministro, sottosegretario, presidente o vicepresidente del Senato, della Camera, o al limite d'un gruppo parlamentare. I posti in palio sono tanti, benché sempre di meno rispetto agli appetiti. E fra quanti aspirano all'incarico non figurano soltanto i neoeletti della destra, cui spetteranno le chiavi del governo. No, s'affollano altresì esperti e dottori di varie discipline, dal virologo che si dichiara generosamente disponibile per il ministero della Salute al sociologo che s'offre per il Welfare. Uomini e donne di destra, ma talvolta pure di sinistra - un pronto soccorso per i vincitori.


Nel frattempo loro, i vincitori, confabulano, compilano liste e pizzini, si scambiano altolà. Ma sempre in gran segreto, sicché quaggiù ci arriva solamente qualche dichiarazione a mezza bocca, qualche allusione tutta da decifrare. Con un bel daffare per i "retroscenisti", per i giornalisti esperti nelle cose di Palazzo, ormai costretti al mestiere del commissario Maigret. Saranno davvero 18 i nuovi ministeri? Quanti ai politici, quanti ai cosiddetti tecnici? E come verranno ripartiti fra i tre alleati di governo? Con quale fantasia sulle loro denominazioni? Il gabinetto Draghi ci ha recato in dono il ministero per l'Innovazione tecnologica e la transizione digitale; il gabinetto Meloni potrebbe esordire con un ministero del Mare, oltre che del Made in Italy (un nome inglese per rilanciare i prodotti italiani). Ma sono soltanto voci, congetture, ipotesi tutte da verificare.

Come gli Interni rivendicati da Salvini, e respinti - pare - con l'argomento che nessuno può sedersi sulla medesima poltrona già occupata nel passato. Altrimenti il nuovo sa d'usato, non sia mai. Verrebbero traditi gli elettori, che hanno scelto di girare pagina, d'avventurarsi sull'inedito, sul libro che mai nessuno aveva scritto.
Però fin qui, di nuovo, c'è unicamente questa singolare procedura, questo rito che si consuma in forme quantomai irrituali. La volta scorsa non accadde, durante l'interregno fra le elezioni e la prima convocazione delle Camere. Forse perché allora le urne non avevano espresso un risultato chiaro, né una maggioranza autosufficiente. E infatti a Mattarella servirono quasi due mesi dopo l'avvio delle consultazioni (dal 4 aprile al 31 maggio 2018) per conferire l'incarico a Conte. O forse perché adesso i tempi stringono, c'è una tripla crisi (economica, bellica, sanitaria) all'orizzonte, c'è una legge di bilancio da varare. Vero, però è altrettanto vero che questo lavorio sotterraneo infligge una ferita alla democrazia italiana, a ciò che ne rimane. Perché la democrazia - diceva Bobbio - è il governo del potere visibile, mentre gli accordi fatti e disfatti in questi giorni restano invisibili allo sguardo dei cittadini. E perché la democrazia - aggiungeva Kelsen - si risolve in una modalità procedurale, è forma che conforma il nostro vivere civile.


Questa forma - nel nostro ordinamento costituzionale - contempla una serie di passaggi: le consultazioni del Capo dello Stato con i gruppi parlamentari e i presidenti delle Camere; il conferimento dell'incarico; le "piccole consultazioni" dell'incaricato, stavolta circoscritte alla sua maggioranza, per mettere a fuoco il programma e la squadra di governo; infine l'accettazione dell'incarico, il giuramento, la fiducia. E ciascun passaggio viene illuminato da dichiarazioni pubbliche, da parte dei leader politici e talvolta da parte dello stesso capo dello Stato. Nulla di ciò sta accadendo adesso. Il toto-ministri di questo pre-governo è un rebus, una sciarada. E oltretutto trascura il ruolo di chi dovrà firmare i decreti di nomina, la formazione ufficiale del nuovo gabinetto. Dimentica che al Quirinale abita pur sempre un presidente, il quale a sua volta ha già dimostrato (caso Savona) di non essere affatto un passacarte. Come dicevano i nostri nonni, guai a fare i conti senza l'oste.