A Palazzo Chigi non ha ancora messo piede e della patriota Giorgia si fa già fatica a rintracciare l'ombra. Sono trascorsi appena undici giorni dal trionfo elettorale e il monolite tutto certezze e coerenza della donna sola al comando appare ridotto allo stato gassoso. Giorgia Meloni l'inabissata è ora riemersa mostrando agli occhi curiosi degli osservatori internazionali e dei suoi stessi elettori un profilo profondamente mutato. Figlio della comprensibile consapevolezza dell'enormità di quel che l'attende, certo. Ma anche di una buona dose di pelosa furbizia: dal sovranismo nazionalista all'italiettismo delle mani avanti, è stato un attimo.
Qualcosa in queste ore non torna, tuttavia, va decrittato. Succede che in barba a ogni proposito di transizione morbida e di "proficua collaborazione" la futura presidente del Consiglio innesca a sorpresa col premier uscente un clamoroso frontale. Sostiene che sul Pnrr si sono accumu…
A Palazzo Chigi non ha ancora messo piede e della patriota Giorgia si fa già fatica a rintracciare l'ombra. Sono trascorsi appena undici giorni dal trionfo elettorale e il monolite tutto certezze e coerenza della donna sola al comando appare ridotto allo stato gassoso. Giorgia Meloni l'inabissata è ora riemersa mostrando agli occhi curiosi degli osservatori internazionali e dei suoi stessi elettori un profilo profondamente mutato. Figlio della comprensibile consapevolezza dell'enormità di quel che l'attende, certo. Ma anche di una buona dose di pelosa furbizia: dal sovranismo nazionalista all'italiettismo delle mani avanti, è stato un attimo.
Qualcosa in queste ore non torna, tuttavia, va decrittato. Succede che in barba a ogni proposito di transizione morbida e di "proficua collaborazione" la futura presidente del Consiglio innesca a sorpresa col premier uscente un clamoroso frontale. Sostiene che sul Pnrr si sono accumulati ritardi "difficilmente recuperabili". Annuncia che non andrà al Consiglio europeo del 20 e 21 ottobre perché non farebbe in tempo a giurare - rivelazione che non troverebbe riscontro nel calendario in mano ai più alti vertici istituzionali - e poi perché il dossier sull'energia è stato curato da altri e la riunione rischia di essere un fallimento. Non il miglior viatico per il presidente in carica Draghi, che cercherà al Consiglio di oggi e poi a fine mese di difendere al meglio gli interessi nazionali.
Solo in apparenza è un fulmine a ciel sereno. Sembra, al contrario, che il cortese "no grazie" opposto dall'economista Fabio Panetta alla proposta di entrare a far parte del governo nel ruolo chiave di via XX Settembre sia stato interpretato dalla leader di Fdi come la conferma di un sospetto: il Quirinale non si starebbe spendendo quanto lei spererebbe nel cantiere del nuovo esecutivo di centrodestra. L'attacco fuori misura a Draghi, insomma, tradisce in realtà una reazione stizzita nei confronti del Colle. Un quadro che sembra riportare Meloni dentro il recinto del sovranismo di piazza, lontano dal predicato conservatorismo di governo. La leader si sente sola, all'angolo. Invisa agli alleati Salvini e Berlusconi, poco aiutata dai vertici istituzionali.
Tutto lascia presagire che il passaggio di consegne alla fine sarà meno piatto e collaborativo del previsto. E lo scontro con Palazzo Chigi finirà col rendere ancora più complicata proprio quella ricerca di ministri tecnici, autorevoli e competenti nella quale Meloni si è lanciata. Sarà piuttosto improbabile che altre figure di spessore e vicine al presidente Draghi - come l'altro economista Domenico Siniscalco, per non dire del ministro uscente alla Transizione ecologica Roberto Cingolani - possano accettare di sedere al governo con la futura barricadera inquilina.
Forse anche per questo la leader della destra fa ricadere fin d'ora sul suo predecessore ogni responsabilità per quel che il centrodestra non sarà in grado di realizzare, a fronte dell'enorme quantità di denaro che la sua squadra, grazie al Pnrr, si ritroverà a gestire. Per questo, giustifica ancor prima di giurare la rinuncia a qualsiasi modifica al Piano, contrariamente a quanto aveva annunciato e promesso in campagna elettorale. Quelle promesse, insomma, sono subito cartastraccia. È già tempo di real politik, per la destra all'amatriciana.
Già, la destra sicura e rabbiosa. Verrebbe da chiedersi che ne è stato dell'urlo "è finita la pacchia" (era l'11 settembre) all'indirizzo di Bruxelles, se poi la stessa irriducibile ci ha raccontato più o meno 48 ore fa che "la crisi energetica è una questione europea e come tale deve essere affrontata". Oppure cosa è rimasto della fiera e unica oppositrice dell'esecutivo Draghi e dei suoi vituperati tecnici, se lei stessa lavora adesso per piazzare una decina di esperti di peso, e non politici, nel suo governo. La populista della spavalda campagna elettorale è la medesima donna di governo che scopre ora di trovarsi "di fronte alla fase forse più difficile della storia della Repubblica italiana"?
Il 25 settembre la vittoria schiacciante della destra nazionalista è stato l'evento forse più significativo e spiazzante dei settant'anni di storia repubblicana. Le cancellerie continentali scrutano con curiosità e timore quel che può accadere da ora in avanti a Roma. I mercati attendono le misure economiche d'esordio. Raccontano i suoi che la prima presidente del Consiglio donna sta già scrivendo il suo discorso di insediamento che, per uno scherzo del destino, sarà letto in aula più o meno negli stessi giorni in cui cadrà il centenario della marcia su Roma. L'infausta coincidenza la costringerà a prendere ulteriormente le distanze dal passato remoto della destra che lei oggi incarna. Lo farà a modo suo, ma ogni parola pronunciata verrà soppesata e non solo in Italia. Uno snodo fondamentale. Sarà solo l'inizio. Da quel discorso comincerà la traversata di Giorgia Meloni nel lungo e rigido inverno della crisi.