L'Europa "alla Meloni" non piace a Giorgia Meloni. Come sempre, nelle settimane convulse che seguono l'emergere di una crisi e precedono scelte difficili, l'Europa dà il peggio di sé. È successo con la crisi finanziaria del 2012, poi con l'esplosione dell'epidemia di Covid, poi ancora con la recessione innescata dall'epidemia. Ogni volta, alla fine, la Ue ha saputo trovare risposte adeguate (lo scudo anti-spread, il Green Pass e gli appalti comuni per la sanità, il varo di Next Gen Eu). Ma, prima di arrivarci, si è assistito regolarmente ad un ben poco decoroso "si salvi chi può", che ha visto trionfare la logica degli interessi nazionali tanto cari alla leader sovranista di Fratelli d'Italia.
Anche oggi, di fronte alla sostanziale interruzione delle forniture di gas russo, all'impennata dei prezzi dell'energia e all'arrivo dell'inverno, i Paesi europei in preda al panico se…
L'Europa "alla Meloni" non piace a Giorgia Meloni. Come sempre, nelle settimane convulse che seguono l'emergere di una crisi e precedono scelte difficili, l'Europa dà il peggio di sé. È successo con la crisi finanziaria del 2012, poi con l'esplosione dell'epidemia di Covid, poi ancora con la recessione innescata dall'epidemia. Ogni volta, alla fine, la Ue ha saputo trovare risposte adeguate (lo scudo anti-spread, il Green Pass e gli appalti comuni per la sanità, il varo di Next Gen Eu). Ma, prima di arrivarci, si è assistito regolarmente ad un ben poco decoroso "si salvi chi può", che ha visto trionfare la logica degli interessi nazionali tanto cari alla leader sovranista di Fratelli d'Italia.
Anche oggi, di fronte alla sostanziale interruzione delle forniture di gas russo, all'impennata dei prezzi dell'energia e all'arrivo dell'inverno, i Paesi europei in preda al panico sembrano andare ciascuno per la propria strada. Molti, tra cui l'Italia, invocano un tetto al prezzo del gas per calmierare il mercato ed evitare il dissanguamento. Altri, quelli che hanno più riserve finanziarie da iniettare nell'economia, come la Germania, l'Olanda o la Danimarca, si oppongono perché temono di spaventare i fornitori. Tutti, intanto, Italia compresa, varano sussidi nazionali, che però sono molto più consistenti per i Paesi che hanno più soldi e quindi distorcono la concorrenza e alterano il mercato interno. Insomma: un esempio concreto di quella "Europa delle Nazioni" in cui l'interesse nazionale prevale su quello comune, in pieno stile sovranista.
Ma l'Europa sovranista non può funzionare. E infatti non funziona. Il prezzo dell'energia continua a salire e a dissanguare tutti, ricchi e poveri. I Paesi della Ue, come ha riconosciuto ieri Ursula von der Leyen, continuano a pagare il gas molto più caro di quanto facciano i nostri concorrenti globali, cinesi o americani. E gli speculatori continuano a fare miliardi sfruttando le distorsioni di un mercato in cui, tra l'altro, i singoli Paesi della Ue si fanno concorrenza tra loro invece di consorziarsi per acquisti comuni. Perfino la premier italiana in pectore, scoprendo una inedita vena federalista, è stata spinta a riconoscere che l'emergenza energetica "richiede una soluzione a livello europeo".
Facile a dirsi. Difficilissimo a farsi. La questione energetica è un groviglio di enormi interessi economici, finanziari e strategici nel quale, per di più, i dettagli possono rivestire un'importanza capitale. Per risolverla, non solo occorre riuscire a comporre questi interessi, ma bisogna anche ottenere dai governi nazionali una serie di deleghe di fiducia, che in momenti di crisi è materia quasi introvabile sul mercato politico europeo. Chi fisserà la eventuale forchetta al tetto del gas? Con quali criteri? Tenendo in conto quali esigenze?
Paradossalmente il fatto che l'Italia, che con Draghi è stata la prima a battersi per il tetto al prezzo del gas, si presenti al tavolo europeo con un governo in fieri, la cui strategia futura è un enorme punto interrogativo, non aiuta a semplificare le cose. Né aiuta una Germania dove il governo è ben saldo, ma privo di una leadership indiscussa, come era quella di Angela Merkel, in grado alla fine di mettere in riga gli alleati della coalizione.
Come sempre, in questi casi, i ministri hanno tenuto riunioni a raffica senza cavare un ragno dal buco. La portata delle decisioni da prendere è tale che la mediazione finale toccherà necessariamente ai capi di governo. Questi si riuniscono informalmente domani a Praga per una prima discussione a viso aperto, senza che sia prevista alcuna conclusione. Si ritroveranno di nuovo a Bruxelles il 20 e 21 ottobre. E forse, in quella occasione, si comincerà a capire se una soluzione sia a portata di mano. Anche la Commissione riflette le divisioni in atto tra le capitali e si barcamena mettendo sul tavolo proposte parziali, che non vogliono scontentare nessuno ma che in realtà scontentano tutti.
Alla fine, i capi di governo dovranno comunque raggiungere un'intesa. Non per buona volontà o per spirito di lungimiranza ma perché, come nella crisi finanziaria e in quella della pandemia, pure la crisi energetica minaccia la tenuta stessa dell'Europa e del mercato unico. Gli occhiali che correggono l'irriducibile miopia europea sono forniti, inevitabilmente, dal confronto con la realtà. Ancora una volta, il problema dell'Europa non è "se" si troverà una soluzione, ma "quando" lo si farà. E, soprattutto, quanto ci sarà costato ogni giorno di questo ritardo.