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Il Brasile spaccato

(reuters)

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Il 30 ottobre il ballottaggio per la presidenza tra Lula - in vantaggio al primo turno - e l'uscente Bolsonaro
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"Ordem e progresso". I brasiliani guardano il motto stampato sulla loro bandiera giallo-verde e ascoltano le arie ottocentesche dell'inno nazionale, portano tutti una mano al cuore e si sentono parte di una comunità, coesa da Porto Alegre a Manaus, nonostante distanze e diseguaglianze. Per molto tempo la forza del Brasile è stata la capacità di miscelare tante diversità e di fonderle quasi miracolosamente in un disegno comune, certo imperfetto, contraddittorio, iniquo, ma inclusivo. Pochi altri hanno dimostrato che diversità è ricchezza e la convivenza non è un'utopia.


Oggi invece le cose vanno in un altro senso. Le elezioni dei giorni scorsi, con il rinvi…

"Ordem e progresso". I brasiliani guardano il motto stampato sulla loro bandiera giallo-verde e ascoltano le arie ottocentesche dell'inno nazionale, portano tutti una mano al cuore e si sentono parte di una comunità, coesa da Porto Alegre a Manaus, nonostante distanze e diseguaglianze. Per molto tempo la forza del Brasile è stata la capacità di miscelare tante diversità e di fonderle quasi miracolosamente in un disegno comune, certo imperfetto, contraddittorio, iniquo, ma inclusivo. Pochi altri hanno dimostrato che diversità è ricchezza e la convivenza non è un'utopia.


Oggi invece le cose vanno in un altro senso. Le elezioni dei giorni scorsi, con il rinvio al ballottaggio del 30 ottobre, riflettono l'immagine di un Paese spaccato in due, di profonde divisioni, di una diffidenza rancorosa dell'uno per l'altro. Le due parti non si parlano, non si capiscono, non si sopportano. Anche la competizione è difficile, perché non giocano con le stesse regole, a cominciare dal possibile rifiuto di Bolsonaro del responso delle urne.


Lula è uscito dal primo turno con il 48,4% dei voti e un vantaggio di sei milioni di voti (su 156 milioni di elettori) rispetto a Bolsonaro, che ha avuto il 43,2% dei suffragi, molti di più di quelli attribuitigli dai sondaggi. Ora non iniziano i tempi supplementari come confida Lula, si apre una nuova partita dall'esito incerto. Il voto evidenzia varie fratture. La demarcazione è netta tra il Nord-Est arretrato, dove prevale Lula, e il Centro-Sud sviluppato, con Bolsonaro in testa; tra donne e uomini; tra neri e bianchi; tra cattolici e evangelici e così via. Indifferenti alle faglie tra i due mondi, i notabili brasiliani si posizionano. Bolsonaro incassa l'appoggio dei governatori dei tre maggiori Stati, San Paolo, Minas Gerais e Rio de Janeiro; Lula si assicura il sostegno significativo del suo avversario e predecessore, Fernando Henrique Cardoso, e dei candidati esclusi dal ballottaggio, Simone Tebet e Ciro Gomes.


Il margine tra i due resta stretto. Se poi dovesse spuntarla, Lula dovrà predisporsi agli abituali negoziati con parlamentari mossi più da palesi interessi clientelari che da motivazioni politiche. Dovrà mettere in conto l'ostilità del Congresso, in cui Bolsonaro è più forte dopo il successo elettorale dei suoi candidati. E soprattutto rassicurare i settori produttivi e moderati sul sostanziale equilibrio della politica che egli intenda realizzare. La sfida tra i due si snoda sulla capacità di conquistare il consenso degli elettori meno militanti, oggi delusi e incerti.


Intanto i programmi politici di entrambi stentano a prendere forma. Sinora hanno avuto il sopravvento gli scontri personali, con l'occhio al passato anziché all'agenda delle priorità. Lula si presenta con i dati lusinghieri della sua presidenza (2003-2010): sui risultati economici; sul debito, allora al 40%, oggi all'80%; sulla deforestazione dell'Amazzonia, in calo con Lula e in aumento con Bolsonaro (nel governo del primo la distruzione della foresta è stata la metà di quella nel governo del secondo); sul protagonismo internazionale del Brasile di un tempo. Ma quei dati non spostano voti. Il tema dell'Amazzonia, ad esempio, è ben più sentito in Europa e Usa che in Brasile, mentre la collocazione del Paese sulla scena mondiale resta materia per addetti ai lavori.


Bolsonaro non è stato penalizzato dall'isolamento internazionale in cui ha spinto il suo Paese. Nessuno gli ha rimproverato di aver scelto come uniche mete di visite all'estero Mosca e Budapest o di aver espresso solo una timida condanna per l'aggressione russa all'Ucraina. Né Lula ha dato segnali diversi dal variegato "grande Sud" del mondo incline a un neo-non-allineamento. Come altri, l'ex presidente appare scosso dalle conseguenze della guerra a livello planetario, ma esitante a schierarsi con fermezza contro chi viola apertamente ogni norma giuridica e il fondamento stesso della convivenza pacifica tra Stati.


Sarà il quadro interno a dettare l'esito del ballottaggio. La speranza è che poi si riesca a collegare ordine e progresso, come sulla bandiera, in un Paese dove la sicurezza è, drammaticamente, il presupposto per ogni sviluppo. Il timore invece è che il fossato tra le due metà del Brasile si allarghi ancora, con un'involuzione difficile da decifrare. Qualcuno allora forse ricorderà le parole del grande compositore Tom Jobim, "O Brasil não è para principiantes".