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Cgil e Confindustria: due voci da ascoltare sul lavoro

Sono due le piazze mobilitate in vista della formazione del nuovo governo
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Due piazze — una concreta e l’altra virtuale, ma non meno pressante — mobilitate in nome del lavoro. In mezzo un governo che ancora non c’è, ma già si sente messo sotto assedio. Del resto l’emergenza economica, assai più di qualsiasi fattore ideologico, è stata il motore principale delle scelte di voto (e anche di quelle di astensione) alle elezioni. E non c’è quindi da meravigliarsi se adesso la stessa emergenza si ripresenta nelle due piazze.

Quella virtuale degli industriali, che questa settimana nelle loro prime assemblee di territorio hanno ripetuto il “no” alla flat tax, i dubbi sul reddito di cittadinanza e la richiesta pressante perché la politica si muova per ridurre i prezzi dell’energia, prospettando in caso contrario chiusure forzate e inevitabili ricadute sull’occupazione. E quella concretissima che ieri la Cgil ha radunato a Roma: una manifestazione che in origine avreb…

Due piazze — una concreta e l’altra virtuale, ma non meno pressante — mobilitate in nome del lavoro. In mezzo un governo che ancora non c’è, ma già si sente messo sotto assedio. Del resto l’emergenza economica, assai più di qualsiasi fattore ideologico, è stata il motore principale delle scelte di voto (e anche di quelle di astensione) alle elezioni. E non c’è quindi da meravigliarsi se adesso la stessa emergenza si ripresenta nelle due piazze.

Quella virtuale degli industriali, che questa settimana nelle loro prime assemblee di territorio hanno ripetuto il “no” alla flat tax, i dubbi sul reddito di cittadinanza e la richiesta pressante perché la politica si muova per ridurre i prezzi dell’energia, prospettando in caso contrario chiusure forzate e inevitabili ricadute sull’occupazione. E quella concretissima che ieri la Cgil ha radunato a Roma: una manifestazione che in origine avrebbe dovuto ricordare l’assalto neofascista alla sede del sindacato di un anno fa, ma che alla luce delle circostanze il segretario Maurizio Landini ha trasformato in una rivendicazione della piattaforma sindacale, incentrata appunto sulla difesa di un lavoro degno di essere chiamato tale, ma anche su quella dei redditi che rischiano di crollare sotto il peso dei prezzi energetici.

(ansa)

Di fronte a queste posizioni Giorgia Meloni si muove sulla difensiva. Ieri, a caldo, ha affidato a Instagram la considerazione su «un paradosso in cui la sinistra — attualmente al governo — scende in piazza contro le politiche del “governo Meloni” non ancora formato», assicurando comunque che «il nostro obiettivo sarà restituire futuro, visione e grandezza all’Italia». Una risposta diretta alla manifestazione della Cgil — o se indirizzata solo a precedenti manifestazioni sindacali, come hanno poi precisato fonti a lei vicine, scelta con pessimo tempismo — che fa il paio con il tentativo di scaricare sul governo Draghi (non un governo di sinistra, per inciso, ma un esecutivo che comprendeva anche gli attuali alleati di FdI) presunti ritardi nell’attuazione del Pnrr.

Il doppio fronte del lavoro non è un attacco direttamente politico al governo in nascere, ma certo mette in causa il suo futuro ruolo e le sue capacità. Di fronte all’accumularsi di fattori di crisi che qualsiasi esecutivo nazionale — sovranista o meno, e al netto di una retorica che parla di restituire la “grandezza” al Paese — non è in grado di gestire da solo, la risposta per assumere posizioni forti passa solo per la cooperazione europea.

Che serva più Europa, ma anche un’Europa diversa rispetto a quella che da mesi non vuole dare una risposta unitaria sul rincaro dei prezzi energetici, lo chiedono le imprese e anche i sindacati; forse uno dei pochi punti su cui sono d’accordo. Che questo governo abbia gli strumenti e le capacità per essere più incisivo in Europa — tra egoismi tedeschi, allarmi francesi, indecisioni bruxellesi — è tutto ancora da dimostrare.

Dunque Meloni stessa, che sabato della scorsa settimana, nel suo primo intervento pubblico da futura premier alla festa della Coldiretti a Milano, aveva sottolineato l’importanza dei “corpi intermedi”, a cui appartengono appunto anche Confindustria e sindacati, si trova a dover dare le prime risposte a quei corpi intermedi.

Peraltro sia il fronte confindustriale sia quello sindacale tendenza Cgil non godono di ottima salute. In casa degli imprenditori proprio quel Nord-Est, in particolare il Veneto, che ha smesso di dare assegni in bianco alla Lega di Salvini per renderli con il voto cheques trasferibili alla stessa Meloni, invia segnali di insofferenza verso la gestione centralistica non solo del governo, ma anche di Confindustria. All’interno della Cgil la scelta di autonomia dalla politica rivendicata da Landini, che si è trasformata in assenza di un’indicazione di voto alle elezioni politiche, ha suscitato molti malumori nella struttura e porterà adesso il sindacato a confrontarsi con il primo governo segnatamente di destra della storia repubblicana. La sinistra è a terra e anche i corpi intermedi, per parafrasare Woody Allen, non stanno tanto bene. Ma di fronte a una crisi economica che presto potrebbe farsi più stringente non è detto che per il futuro governo sia una buona notizia.