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Quando in politica l'ordine diventa un valore

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Mario Draghi è rimasto un modello perché capace di infondere fiducia
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“Ordinato” non è solo il modo in cui desidera e sta disponendo che avvenga il passaggio di consegne con il governo che succederà al suo. Adesso che il suo periodo al governo è al termine si può meglio considerare come per Mario Draghi un ordinato andamento delle cose sia stata e sia un’aspirazione più generale, costante, primaria. Lo si sente già nel suo tono di voce, con l’alternanza fra le intonazioni calanti che constatano e quelle crescenti che affermano, la sistole del dato di fatto seguita dalla diastole dei provvedimenti da prendere per affrontarlo. Stando così le cose ne consegue, ordinatamente, che occorre fare cosà.

"Ordinato” non vuole affatto dire “ordinario”: di ordinario ai nostri tempi non c’è nulla e forse nulla potrebbe esserci, nel susseguirsi spaventoso di crisi sanitarie, belliche, energetiche, economiche, ecologiche. Per quanto riguarda il nostro Pa…

“Ordinato” non è solo il modo in cui desidera e sta disponendo che avvenga il passaggio di consegne con il governo che succederà al suo. Adesso che il suo periodo al governo è al termine si può meglio considerare come per Mario Draghi un ordinato andamento delle cose sia stata e sia un’aspirazione più generale, costante, primaria. Lo si sente già nel suo tono di voce, con l’alternanza fra le intonazioni calanti che constatano e quelle crescenti che affermano, la sistole del dato di fatto seguita dalla diastole dei provvedimenti da prendere per affrontarlo. Stando così le cose ne consegue, ordinatamente, che occorre fare cosà.

"Ordinato” non vuole affatto dire “ordinario”: di ordinario ai nostri tempi non c’è nulla e forse nulla potrebbe esserci, nel susseguirsi spaventoso di crisi sanitarie, belliche, energetiche, economiche, ecologiche. Per quanto riguarda il nostro Paese, l’impressione è anzi che nella cosa pubblica italiana a essere ordinario sia casomai il disordine, l’improvvisazione, la decisione presa sempre con quel tanto di ritardo e affanno che la rendono al tempo stesso inevitabile e lacunosa.

La vocazione a un’ordinata attività di governo è quindi apparsa al senso comune nazionale come la principale qualità del premier uscente, e quella più evidente, a differenza di doti come il prestigio internazionale, più importanti ma meno direttamente palesi al grande pubblico.

Perché Draghi è rimasto personalmente popolare molto più dei partiti che lo hanno sostenuto e persino più di quelli che proprio contro di lui hanno vinto le elezioni? Su cosa riposa l’affidabilità che anche alcuni suoi oppositori, dissimulandolo, sono parsi a volte riconoscergli?

Sia ben chiaro che si continua a parlare della sua immagine pubblica: i meriti oggettivi della persona sono certificati dai risultati ottenuti in una carriera condotta con competenza innegabile e ineccepibile serietà. Ma tali meriti non sono accessibili a chiunque, se non tramite l’informazione.

Sappiamo come la società contemporanea (non solo l’italiana) il più delle volte rifiuti di riconoscere competenza e serietà e diffidi di curriculum prestigiosi proprio in quanto riconosciuti come prestigiosi. Se qualcuno ha fatto bene in molte circostanze delicate, nazionali e internazionali, allora deve avere qualcosa che non va: il sillogismo non è certo logico, ma di logico nella formazione del senso comune c’è ben poco. I professori sono professoroni, il distacco necessario all’analisi spassionata, proprio perché depurato da passioni, è mancanza di “empatia”, mirare alla pancia è preso come parlare ai cuori. In sintesi: la ragione ha torto.

Draghi è andato quasi del tutto esente da tali rischi: è invece apparso come qualcuno intenzionato ad agire con ordine e capace di farlo. Ciò è bastato a diffondere un certo senso di sollievo, nel momento in cui il dramma pandemico e le sue conseguenze economiche e sociali avevano elevato l’ansia collettiva a livelli ben superiori alla media già alta di una società a vasta vocazione melodrammatica.

"Ordine” è parola che dispone di una tavolozza di sfumature che va dal bianco della pulizia al nero del dispotismo paranoico passando per tutto l’arcobaleno delle accezioni religiose, professionali, tassonomiche, militari, architettoniche, sportive, intellettive, bancarie, persino ristorative. Non è insomma un valore in sé, almeno non lo è in modo univoco e unanime.

A futura memoria si può però registrare che dare almeno l’impressione di disporre di un metodo ordinato di agire porta dei vantaggi. Per esempio può far riconoscere alla competenza la superiorità dovuta al fatto di avere idee chiare. Ci si chiede allora: oggi la politica può avere idee chiare? E, se le ha, può professarle pubblicamente e condursi di conseguenza? A giudicare dal modo in cui sta cominciando la XIX legislatura, non si direbbe.