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Ucraina-Russia, sette punti per il dopoguerra

(afp)
Kiev e l'Occidente sono vicini alla vittoria, ma alcuni principi saranno necessari quando taceranno le armi
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Per l’Ucraina, gli occidentali e la democrazia, si avvicina la vittoria. A prescindere da quello che faccia o non faccia, Putin non potrà più vincere la guerra perché le sue truppe sono demoralizzate e arretrano su tutti i fronti, le sue risorse si stanno assottigliando, la sua “mobilitazione parziale” ha aperto una crisi politica, i suoi alleati sono diventati guardinghi, l’Asia centrale prende le distanze dal pantano nel quale ha trascinato la Russia, e infine la cerchia dei suoi intimi si sta sgretolando.


A Mosca si è aperta la fine del regno, ma per limitare i pericoli che comporterà, per girare pagina il più rapidamente possibile e affinché una buona volta le armi tacciano, è indispensabile accelerare la sconfitta di questo dittatore con le spalle al muro e proporre alla Russia un avvenire di pace e di cooperazione.

Per l’Ucraina, gli occidentali e la democrazia, si avvicina la vittoria. A prescindere da quello che faccia o non faccia, Putin non potrà più vincere la guerra perché le sue truppe sono demoralizzate e arretrano su tutti i fronti, le sue risorse si stanno assottigliando, la sua “mobilitazione parziale” ha aperto una crisi politica, i suoi alleati sono diventati guardinghi, l’Asia centrale prende le distanze dal pantano nel quale ha trascinato la Russia, e infine la cerchia dei suoi intimi si sta sgretolando.


A Mosca si è aperta la fine del regno, ma per limitare i pericoli che comporterà, per girare pagina il più rapidamente possibile e affinché una buona volta le armi tacciano, è indispensabile accelerare la sconfitta di questo dittatore con le spalle al muro e proporre alla Russia un avvenire di pace e di cooperazione.


Si deve far arrivare apidamente un numero maggiore di armi all’Ucraina e occorre gettare le basi del dopoguerra, perché una volta suggellata la loro vittoria, l’Ucraina e i suoi alleati occidentali, le democrazie, dovranno fare una scelta. Potranno ripetere l’errore del Trattato di Versailles o rammentare il successo della politica della mano tesa alla Germania nel 1947. Potranno aver voglia di punire la Russia, come punirono la Germania nel 1918, oppure di integrarla al fronte comune delle democrazie come seppero fare con Bonn. In un caso, le democrazie sparsero i semi del risentimento econtribuirono all’ascesa del nazismo e poi allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Nell’altro, permisero l’affermarsi di una democrazia così solida e prospera che la fazione della libertà ne fu rafforzata e i tedeschi dell’Est finirono con l’abbattere il Muro. Poiché la loro vittoria si avvicina, è da adesso che le democrazie devono gettare le basi del dopoguerra, dicendo ai russi sette cose essenziali.

La prima è che dovranno versare all’Ucraina indennità di guerra per la vita di ciascuno dei suoi figli e ciascuno dei suoi beni annientati.

La seconda è che noi li consideriamo europei: lo sono per motivi geografici e ancor più per la loro cultura, la loro letteratura, la loro Storia e la loro appartenenza secolare all’insieme delle nazioni europee.

La terza è che nessuno dei Paesi occidentali occuperà o vorrà mai annettere un solo centimetro quadrato di territorio russo, e che l’Alleanza atlantica si è espansa a est perché gli ex vassalli dell’impero volevano esserne protetti nei confronti di una Russia che non ha mai fatto nulla per rassicurarli.

La quarta è che le affinità elettive della Russia sono europee e non cinesi, che la vassallizzazione della Russia da parte della Cina sarebbe pregiudizievole tanto per i russi quanto per l’Unione europea.

La quinta è che più durerà l’aggressione contro l’Ucraina, più la Federazione Russa correrà il pericolo di una frammentazione alla quale l’Unione europea non avrebbe maggiore interesse dei russi: la comparsa di microstati mafiosi o teocratici nel Caucaso e l’instaurazione di un protettorato cinese in Siberia sarebbero dannose per l’Europa.

La sesta è che le nostre economie, le nostre risorse e le nostre capacità sono complementari, ma potremo dar vita a una cooperazione soltanto a partire dal pieno e completo riconoscimento delle frontiere internazionali; dal rispetto della sovranità delle nazioni; dalla libertà delle loro alleanze politiche e militari e dalle garanzie di sicurezza, dovute sia all’Unione allargata sia alla Federazione Russa.

Quanto alla settima cosa da dire fin da adesso ai russi è che sappiamo che sono imbavagliati dalla repressione, ma anche che sono naturalmente desiderosi di vivere in pace con i loro vicini e attaccati alla libertà.

 

Per il nostro continente questi sono sette pilastri di saggezza. Ma non facciamo illusioni. Tanto i primi sei messaggi saranno relativamente facili da far passare, tanto il settimo non lo sarà. Non lo sarà in Polonia e negli Stati Baltici e nemmeno in Ucraina, perché lì sono ancora particolarmente vivi i ricordi dell’impero e dell’Unione Sovietica, perché le atrocità alle quali oggi si abbandona l’esercito russo li riportano in mente in modo crudele.

 

Nel cuore dell’Europa oggi è forte la tentazione di ricostruire il muro alle frontiere stesse della Russia. Tutto questo è opera di Putin. Non contento di aver polverizzato qualsiasi opposizione in Russia e seminato morte e devastazione in Ucraina, Putin ha fatto dimenticare che nel 1990 nessuno in Russia aveva desiderato opporsi alla forza della disgregazione dell’impero, e che fu un russo, Mikhail Gorbaciov, ad aver lasciato soffiare il vento della libertà sull’Unione Sovietica.

 

Oggi nulla assomiglia maggiormente ai giovani europei dei giovani russi. La gioventù di quel Paese non è desiderosa di fare la guerra né ama la dittatura. È insieme ad essa che potremo costruire una pace duratura in Europa. Affinché ciò accada, tuttavia, dobbiamo riflettere sul dopoguerra senza attendere nemmeno un secondo di più.
Traduzione di Anna Bissanti