Simboli e incognite delle nuove Camere
di Stefano Folli , di Stefano FolliNon è una legislatura ordinaria, quella che comincia domani con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato. Ci sono anzi ottime ragioni per considerarla il punto d’avvio di un passaggio storico. Comunque vadano le cose, che il nuovo Parlamento sia destinato a vita breve o lunga, o che l’imminente governo Meloni si riveli un successo oppure un fallimento, stiamo per assistere a una pagina inedita della nostra vicenda nazionale. Una maggioranza di destra, con un’impronta senz’altro radicale, ha vinto le elezioni in modo netto e si appresta a reclamare le due presidenze in attesa di insediarsi a Palazzo Chigi. Un’opposizione divisa e un po’ stordita cerca di ritrovare un’immagine, se non subito un’identità, ed è chiamata a una prima prova. Infatti non tutto è scontato tra Montecitorio e Palazzo Madama.
L’attenzione è soprattutto sul Senato, dove i numeri del centrodestra sono pi&u…
Non è una legislatura ordinaria, quella che comincia domani con l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato. Ci sono anzi ottime ragioni per considerarla il punto d’avvio di un passaggio storico. Comunque vadano le cose, che il nuovo Parlamento sia destinato a vita breve o lunga, o che l’imminente governo Meloni si riveli un successo oppure un fallimento, stiamo per assistere a una pagina inedita della nostra vicenda nazionale. Una maggioranza di destra, con un’impronta senz’altro radicale, ha vinto le elezioni in modo netto e si appresta a reclamare le due presidenze in attesa di insediarsi a Palazzo Chigi. Un’opposizione divisa e un po’ stordita cerca di ritrovare un’immagine, se non subito un’identità, ed è chiamata a una prima prova. Infatti non tutto è scontato tra Montecitorio e Palazzo Madama.
L’attenzione è soprattutto sul Senato, dove i numeri del centrodestra sono più esigui di quelli della Camera. La seduta inaugurale, come è ormai noto, sarà presieduta domattina dalla senatrice a vita Liliana Segre. Sarà un momento molto intenso sotto l’aspetto emotivo. La senatrice è la testimone vivente dell’immensa tragedia del Novecento e il suo intervento iniziale avrà un valore morale non trascurabile, per cui c’è da sperare che l’intera assemblea voglia riunirsi, senza “distinguo” capziosi, dietro la sua presidente per un giorno. Del resto la realtà è fantasiosa e probabilmente nemmeno lo sceneggiatore più smaliziato sarebbe stato in grado di prevedere l’avvenimento a cui potremmo assistere.
Come è noto il candidato più accreditato allo scranno del Senato è Ignazio La Russa, esponente storico di quello che un tempo fu il Movimento Sociale, poi diventato Alleanza Nazionale e oggi trasformatosi in Fratelli d’Italia. La Russa non arriva certo da un altro pianeta: è stato ministro della Difesa ed è uno dei parlamentari con più lunga anzianità di carica. Delegittimarlo per le sue radici neo-fasciste, peraltro mai rinnegate, sarebbe operazione temeraria perché aprirebbe la porta a tensioni dagli esiti imprevedibili. Tuttavia è un fatto che è vicino alla presidenza del Senato, salvo colpi di scena, l’esponente di un partito e di una cultura politica un tempo radicalmente ostili alla Repubblica nata dalla Liberazione del 1945. E il passaggio di consegne avrà come protagonista la senatrice Segre. La fotografia di quell’istante potrebbe diventare il simbolo - non sappiamo ancora se negativo - della nuova legislatura. Sarà in ogni caso un istante carico di interrogativi, molti senza una risposta precisa.
Che tutto questo accada è probabile, ma non ancora certo. Le presidenze delle due Camere (a Montecitorio è destinato il leghista Molinari) rimangono legate in modo indissolubile all’accordo quadro sul governo. Quindi non solo il complesso dei quattro o cinque ministeri maggiori, su cui il Quirinale esercita il suo diritto di controllo, ma anche gli altri sui quali sussistono dei contrasti nell’alleanza. Ieri sera l’atmosfera era abbastanza indecifrabile. Nei giorni scorsi era già maturata un’intesa sostanziale su Esteri, Interno, Difesa, Sviluppo economico, forse Giustizia (che in serata è però tornata in discussione). Nelle ultime ore sembra che si sia trovato l’equilibrio anche sul punto cruciale dell’Economia. Giorgetti, poco amico di Salvini e invece in ottimi rapporti con Draghi, sarebbe pronto per via XX Settembre. Si tratta di persona esperta e conosciuta, con esperienza di governo come ministro dello Sviluppo. Certo, si troverebbe ad agire in un contesto diverso da quello a cui era abituato. Non a caso si è parlato a lungo di ipotesi tecnicamente assai valide, da Panetta a Franco a Siniscalco, si è persino affacciato il nome del governatore Visco. Il compito di Giorgetti non sarà agevole e dovrà passare per la conquista di una credibilità nell’ambito dell’Unione e presso i mercati.