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I vincoli di governo

Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni 

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Qualunque esecutivo deve misurarsi con delle regole
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Nel momento in cui si costituisce il primo governo di destra dell’Italia repubblicana con le legittime preoccupazioni che suscita, mi sembra utile proporre qualche considerazione su un tema generale, che riguarda sia il prossimo esecutivo, sia quelli passati e, suppongo, quelli futuri. Mi riferisco ai vincoli con cui qualunque governo di questa epoca deve misurarsi.
In campagna elettorale, si sa, partiti e coalizioni rappresentano i loro impegni e le loro promesse come se fossero onnipotenti. Le cose, però, non stanno così. In tutti i regimi democratici esistono vincoli che, di diritto o di fatto, limitano l’azione degli esecutivi. Quali sono questi vincoli? Anzitutto quelli che caratterizzano tutte le democrazie consolidate, cioè sistemi di contrappesi al potere dei governi. Si tratta della opposizione in parlamento, delle varie magistrature, della Corte costituzionale, dell’istituto del referendum.

Nel momento in cui si costituisce il primo governo di destra dell’Italia repubblicana con le legittime preoccupazioni che suscita, mi sembra utile proporre qualche considerazione su un tema generale, che riguarda sia il prossimo esecutivo, sia quelli passati e, suppongo, quelli futuri. Mi riferisco ai vincoli con cui qualunque governo di questa epoca deve misurarsi.
In campagna elettorale, si sa, partiti e coalizioni rappresentano i loro impegni e le loro promesse come se fossero onnipotenti. Le cose, però, non stanno così. In tutti i regimi democratici esistono vincoli che, di diritto o di fatto, limitano l’azione degli esecutivi. Quali sono questi vincoli? Anzitutto quelli che caratterizzano tutte le democrazie consolidate, cioè sistemi di contrappesi al potere dei governi. Si tratta della opposizione in parlamento, delle varie magistrature, della Corte costituzionale, dell’istituto del referendum.


Ci sono poi vincoli che derivano da un processo di lungo periodo, la erosione dei poteri degli Stati e il loro spostamento verso altri attori influenti nella scena pubblica. Sono attori istituzionali sovranazionali, come ad esempio la Unione europea, la Corte dei diritti dell’uomo o la Organizzazione mondiale del commercio. Ma sono anche attori privati, come le agenzie di rating che nel 2008 hanno colpito e affondato la Grecia e per poco non anche il nostro paese, di fronte ai quali i governi hanno dovuto chinare la testa. Ci sono le grandi imprese multinazionali che hanno un ruolo decisivo nello stabilire le regole del gioco del commercio globale e quindi delle economie nazionali.
Gli attori che vincolano i governi sono però anche domestici. In certi casi sono istituzionali, come da noi soprattutto le regioni, che negli ultimi vent’anni hanno conteso allo Stato poteri e prerogative, come mostra la quantità di conflitti di attribuzione gestiti dalla Corte costituzionale. In altri si tratta di attori non istituzionali, come imprese dominanti che incidono sulle politiche pubbliche (si pensi all’energia o ai trasporti), i media, le confessioni religiose e gli stessi cittadini organizzati, senza i quali, ad esempio, ci sarebbe un mercato finanziario dell’acqua.

E c’è la pubblica amministrazione, che in teoria dovrebbe essere una macchina unitaria, e a suo modo cieca in quanto al solo servizio del governo, che ha poco a che fare con questo modello ideale. Non solo perché l’alta dirigenza esercita spesso una funzione di blocco delle decisioni politiche in forza dei poteri che le sono stati conferiti anni fa. Ma anche perché sono all’opera quelli che la letteratura scientifica chiama “burocrati di strada” (street-level bureaucrats): insegnanti, assistenti sociali, medici, infermieri, poliziotti, operatori dei front-office, ma anche giudici. Si tratta del personale che, in concreto, deve applicare le leggi e che, nel farlo, inevitabilmente esercita un potere discrezionale e incontrollabile. Un esempio pertinente? Il rifiuto degli operatori sanitari di ottemperare all’obbligo della legge Bossi-Fini di denunciare gli stranieri definiti irregolari che accedevano agli ospedali, ben prima che la Corte costituzionale cassasse quella norma.
Per concludere, il governo che si sta formando da una maggioranza con molti galli nel pollaio, che manifesta un revanscismo un po’ morboso, che si intesta una nebulosa idea di nazione, che propaganda stili di vita di decenni fa, che utilizza strumentalmente gli stranieri, che vorrebbe essere insieme liberista e assistenzialista, ha tra i tanti suoi problemi anche questo insieme di vincoli, interni ed esterni, di diritto e di fatto. Non è una notizia né buona né cattiva, ma è il caso di tenerne conto.