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Gli impreparati al potere

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L'esordio del centrodestra nella nuova legislatura e le trattative per Camere e governo
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Non erano "pronti". Sono bastati pochi giorni perché i fatti smentissero lo slogan elettorale sui manifesti di Giorgia Meloni. Oggi si insedia il nuovo Parlamento e la trattativa nella destra per l'accordo complessivo su presidenze delle Camere e ministeri è ancora da chiudere, sospesa tra veti e pretese reciproche, condotta ben oltre la fisiologica soglia di tensione che caratterizza sempre queste fasi. A guastare il clima successivo al trionfo di Meloni ha contribuito la somma di due fattori: il primo è l'impreparazione nella scelta delle figure chiave della squadra di governo, il secondo è l'ansia di riscatto dei due soci di minoranza di Meloni umiliati dalle urne.


Sul primo tema è evidente l'affanno nella ricerca, evidentemente tardiva e casuale, di personalità autorevoli in grado di dare all'esecutivo "l'alto profilo" che la leader di Fratelli d'Italia ha promesso agli italiani anche n…

Non erano "pronti". Sono bastati pochi giorni perché i fatti smentissero lo slogan elettorale sui manifesti di Giorgia Meloni. Oggi si insedia il nuovo Parlamento e la trattativa nella destra per l'accordo complessivo su presidenze delle Camere e ministeri è ancora da chiudere, sospesa tra veti e pretese reciproche, condotta ben oltre la fisiologica soglia di tensione che caratterizza sempre queste fasi. A guastare il clima successivo al trionfo di Meloni ha contribuito la somma di due fattori: il primo è l'impreparazione nella scelta delle figure chiave della squadra di governo, il secondo è l'ansia di riscatto dei due soci di minoranza di Meloni umiliati dalle urne.


Sul primo tema è evidente l'affanno nella ricerca, evidentemente tardiva e casuale, di personalità autorevoli in grado di dare all'esecutivo "l'alto profilo" che la leader di Fratelli d'Italia ha promesso agli italiani anche nelle ultime ore. Esemplare la vicenda del ministero dell'Economia, pilastro di ogni esecutivo, casella chiave per la credibilità internazionale e la gestione dei compiti più urgenti, a cominciare dalla legge di bilancio: offerta invano a più tecnici, l'Economia potrebbe finire a Giancarlo Giorgetti, o anche no, c'è in bilico persino la surreale questione se, nel caso, considerare Giorgetti in quota Lega o quota tecnica. Soluzione improvvisata, nemmeno la peggiore possibile, considerato che l'ultima volta che un casting gestito da Fratelli d'Italia si è impantanato l'esito finale è stata la candidatura di Enrico Michetti a sindaco di Roma.


Nella difficoltà a indicare un ministro dell'Economia, Meloni non paga solo la latitanza di una classe dirigente autorevole nel partito che dirige, ma soprattutto anni di politiche anti-Ue e anti-euro, oggi parzialmente ritrattate, e che però le hanno precluso la possibilità di coltivare rapporti e offrire credibilità a figure all'altezza del compito. Se per anni la tua linea è stata l'uscita dall'euro e l'asse di Visegrad con i Paesi sovranisti dell'Est Europa, è facile portare a via XX Settembre un Bagnai, più difficile un Panetta.


Poi c'è il tema del complicato rapporto con gli alleati. Non sappiamo quanto pesi la riluttanza di Berlusconi e Salvini a riconoscere la primazia di una leader che per lunghi anni è stata subalterna prima all'uno poi all'altro, e se ad avvelenare le relazioni attuali ci sia persino una punta di sessismo. È possibile, non è comunque la questione centrale. Il problema di Meloni, avvistabile già prima del voto, è che l'insuccesso elettorale dei suoi alleati, entrambi ridotti ad avere meno di un terzo dei voti di FdI, li ha resi più ostici, aggressivi, animati da uno spirito di rivalsa. Uno, Salvini, è uscito bastonato dalle urne e sogna solo di tornare a ribaltare i rapporti di forza nella coalizione. L'ambizione di rivivere i fasti recenti è stata il cuore delle prime dichiarazioni post voto ("Se la Lega torna a fare la Lega non ce n'è per nessuno"), oltre che l'incerto tentativo di provare a ridare un senso a una leadership delegittimata dall'esito del voto. L'altro alleato, Berlusconi, ha potuto mascherare il disastro di Forza Italia, che ha dimezzato due volte i consensi in altrettante tornate politiche, solo grazie al fatto che le aspettative erano talmente basse che l'8 per cento è parso un miracolo, sebbene nei fatti resti quel che è, il modestissimo approdo di un partito un tempo dominante nel centrodestra. Si parla spesso in Italia dell'inglorioso tramonto del Partito socialista francese: in attesa di capire se il Pd rischi una fine analoga, FI l'ha già fatta, seppur dall'altro lato della barricata.


Proprio in quanto feriti, i due alleati sono determinati a tenere Meloni prigioniera delle loro richieste e della loro necessità di apparire ancora vivi e decisivi. Meloni non può nemmeno sperare che questa situazione si risolva con la chiusura dell'accordo sulla squadra di governo. La campagna elettorale ha dimostrato platealmente quanta distanza ci sia tra i partiti della coalizione su questioni decisive: fisco, spesa pubblica, politica estera, la guerra in Ucraina e i rapporti con gli alleati. Non saranno i ministeri agognati o la presidenza di una delle Camere che spingeranno Berlusconi e Salvini a deporre i propositi di rivincita su Meloni.