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Una destra già in frantumi

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La Russa eletto presidente del Senato senza i voti di Forza Italia
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Parte la legislatura e nessuno poteva immaginare, soltanto pochi giorni fa, un avvio più caotico. La destra, che aveva chiuso la campagna elettorale a Piazza del Popolo con baldanzosa sicurezza e proclami di incrollabile unità, si sgretola alla prima prova. I superstiti della disfatta subita ieri da Forza Italia “risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Berlusconi, rimesso piede in Senato dopo l’onta della decadenza, deve sottoporsi a una delle più cocenti umiliazioni pubbliche nella stessa aula da cui era stato estromesso nove anni fa. Soltanto, questa volta, a opera degli alleati. E misura sulla sua pelle, dopo aver scommesso contro l’elezione di Ignazio La Russa, l’irrilevanza del suo gruppo. Al di là di ogni eccesso giornalistico, la cruda verità è scolpita in quell’appunto scoperto dalla nostra Serenella Mattera, sul quale lo stesso Cavaliere ha mes…

Parte la legislatura e nessuno poteva immaginare, soltanto pochi giorni fa, un avvio più caotico. La destra, che aveva chiuso la campagna elettorale a Piazza del Popolo con baldanzosa sicurezza e proclami di incrollabile unità, si sgretola alla prima prova. I superstiti della disfatta subita ieri da Forza Italia “risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Berlusconi, rimesso piede in Senato dopo l’onta della decadenza, deve sottoporsi a una delle più cocenti umiliazioni pubbliche nella stessa aula da cui era stato estromesso nove anni fa. Soltanto, questa volta, a opera degli alleati. E misura sulla sua pelle, dopo aver scommesso contro l’elezione di Ignazio La Russa, l’irrilevanza del suo gruppo. Al di là di ogni eccesso giornalistico, la cruda verità è scolpita in quell’appunto scoperto dalla nostra Serenella Mattera, sul quale lo stesso Cavaliere ha messo a nudo lo stato delle cose e fotografato i rapporti interni alla maggioranza: «L’atto di sfiducia alla Ronzulli è un atto di sfiducia a me e a Forza Italia».


Ma l’anziano ex presidente del Consiglio, costretto a mostrarsi nella sua vulnerabilità anche fisica sotto gli occhi delle telecamere, non è l’unico sconfitto. Perché nel centrodestra anche Salvini è stato costretto prima a rinunciare alla presidenza del Senato, promessa invano a Calderoli, quindi al fido Molinari alla Camera. E si ritroverà, secondo i piani di Meloni, il suo avversario interno — il draghiano Giancarlo Giorgetti — nel ministero più importante che sarà concesso alla Lega, quello dell’Economia. Un nome sul quale Meloni, dopo aver incassato molti no tra i tecnici più prestigiosi, è stata costretta a ripiegare, contraddicendosi rispetto alla regola del “non ci saranno ministri del governo precedente”. È il primo giorno della nuova legislatura e già il panorama interno alla coalizione è colmo di macerie. Una piena di risentimenti e frustrazioni pronta a tracimare all’occasione, di sicuro un avvio poco promettente per un centrodestra che, al di là dei proclami, non è mai stato unito. Lo sappiamo da tempo, ne abbiamo avuto una clamorosa conferma nell’elezione del Capo dello Stato, dove affossarono uno dopo l’altro i loro stessi candidati. Affratellati dalla prospettiva elettorale solo al momento del Draghicidio, i tre “partner” della destra hanno condotto divisi la campagna elettorale e si sono spaccati alla prima prova d’aula. Devono solo sperare in un centrosinistra a sua volta in frantumi, corroso da sospetti e odii insanabili, se vogliono avere qualche prospettiva di durata.


Apparentemente Giorgia Meloni oggi segna un punto. I figli di un dio minore, i postfascisti che nel ventennio berlusconiano erano costretti a ringraziare per il solo fatto di essere stati “sdoganati” dal monarca di Arcore, si sono presi ieri la loro rivincita sulla storia. Hanno messo all’angolo gli alleati, forti del consenso elettorale che ha portato un piccolo movimento di destra identitaria a essere il principale partito italiano, con una forza distribuita in maniera uniforme dalla Lombardia alla Sicilia.


Ma tutto questo ha un prezzo. Paradossalmente Meloni sta vincendo troppo: il cartello elettorale che ha messo in piedi per sfruttare la regola maggioritaria del Rosatellum, è già in pezzi. E ad averlo sfasciato è stata lei stessa. La debolezza dei suoi due partner, come una malattia contagiosa, diventerà presto anche la sua debolezza. Licia Ronzulli, che in questi anni è cresciuta fino a rappresentare uno dei pilastri di Forza Italia, è stata annichilita e resterà fuori dal governo. Ma ora potrà moltiplicare i suoi sforzi contro la futura premier, come una novella Ghina di Tacco. Salvini, che ha dovuto accettare di piegare la testa su Calderoli e Giorgetti, avrà l’ossessione della rivincita. Meloni, mostrandosi così avara nei confronti dei suoi alleati più deboli, ha dimenticato la grande lezione di Alcide De Gasperi e della Democrazia cristiana, che governò decenni concedendo molto ai piccoli partiti laici, al di là del loro peso elettorale. E così ha piantato i semi della gramigna che da domani infesterà il suo campo.