Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, presidenti che dividono
di Claudio Tito , di Claudio TitoL'anomalia della destra italiana è tutta qui. In queste ultime 24 ore. Nella scelta dei due nuovi presidenti di Senato e Camera. Nella incapacità di resistere al richiamo della foresta. Di mettere sotto controllo quell'insieme di istinti primordiali con i quali una parte di questa classe dirigente non riesce a fare definitivamente i conti. A chiuderli con il passato recente e con quello lontano. E che espone il Paese al rischio concreto di diventare un "paria" della comunità internazionale e il "cigno nero" della famiglia europea.
Le elezioni di Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, con profili e attitudini diverse, stanno infatti producendo questo risultato. Basta leggere come l'autorevole giornale Financial Times e l'agenzia Reuters definiscono il nuovo presidente della Camera per capire quale effetto si stia riproducendo al di fuori dei confini nazionali. "Un ammiratore euroscettico del presidente russo Vladimir Putin&quo…
L'anomalia della destra italiana è tutta qui. In queste ultime 24 ore. Nella scelta dei due nuovi presidenti di Senato e Camera. Nella incapacità di resistere al richiamo della foresta. Di mettere sotto controllo quell'insieme di istinti primordiali con i quali una parte di questa classe dirigente non riesce a fare definitivamente i conti. A chiuderli con il passato recente e con quello lontano. E che espone il Paese al rischio concreto di diventare un "paria" della comunità internazionale e il "cigno nero" della famiglia europea.
Le elezioni di Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, con profili e attitudini diverse, stanno infatti producendo questo risultato. Basta leggere come l'autorevole giornale Financial Times e l'agenzia Reuters definiscono il nuovo presidente della Camera per capire quale effetto si stia riproducendo al di fuori dei confini nazionali. "Un ammiratore euroscettico del presidente russo Vladimir Putin", scrive il quotidiano. "Un politico pro-Russia e anti-gay", è il titolo dell'agenzia. Sintesi tanto efficaci quanto brucianti. In grado di racchiudere il danno reputazionale assestato al nostro Paese.
Certo, se si guarda al solo contesto italiano si potrebbe circoscrivere l'analisi alla circostanza che questa "coppia" è di certo la più a destra della storia repubblicana. Una eccezionalità - o forse Lorenzo Fontana la definirebbe "diversità" - per l'Italia e per il mondo occidentale. Ma la situazione è ben più grave. La combinazione con l'attuale quadro internazionale, infatti, materializza il pericolo di uno scivolamento strutturale dei valori.
Giorgia Meloni negli ultimi mesi aveva compiuto uno sforzo considerevole per legittimare la sua leadership all'estero. Aveva assicurato il suo profilo atlantista. Aveva garantito il totale appoggio alla linea mantenuta dagli Usa e dalla Nato nella guerra in Ucraina. L'ha probabilmente fatto per convinzione. Ma anche perché i due suoi alleati - Lega e Forza Italia - erano, per così dire, carenti da questo punto di vista. E perché la storia della destra italiana non è mai stata "atlantista". Le radici di Fratelli d'Italia non sono filoamericane.
Aveva insomma bisogno di spiegare che il suo partito era cambiato. E che accettava persino la prospettiva europeista, mai appartenuta ad una tradizione in cui si usa il termine "nazione" non come un sinonimo di "Stato" ma come un'entità superiore. In qualche modo, comunque, aveva dimostrato di essere convincente. Almeno sulla fedeltà alla Nato.
Tuttavia quello sforzo appare ora compromesso. Rischia di essere considerato una maschera gettata alla prima occasione. Perché il presidente del Senato è percepito come il sostenitore di una tradizione passata. E soprattutto perché il presidente della Camera è pubblicamente un "putiniano", detrattore dell'Ue e nemico dei diritti civili che in Europa sono giustamente considerati inalienabili.
Nel suo primo discorso, infatti, non ha mai citato la Russia. Si è nascosto dietro le parole di Papa Francesco e ne ha distorto il senso per esprimersi "a favore della pace" senza distinguere tra aggressore e aggredito. Una strumentalizzazione operata da un simpatizzante delle posizioni di Marcel Lefebvre, il vescovo ultratradizionalista scomunicato da Papa Wojtyla.
L'insieme di questi fattori sposta all'indietro le lancette della storia e della destra italiana. Che non riesce a diventare normale, autenticamente europea e sinceramente occidentale. La premier in pectore in questo modo autorizza tutti i sospetti nei suoi confronti e nei confronti del suo partito. L'immagine fornita dalla seconda e dalla terza carica dello Stato la costringerà a ripresentarsi all'esame preliminare di affidabilità.
Lunedì 17 ottobre, ad esempio, si riuniranno i ministri degli Esteri dell'Ue e all'ordine del giorno c'è un punto tanto semplice quanto esplicito: "L'aggressione russa contro l'Ucraina". È questo il punto. I nostri alleati non vogliono ambiguità su questo fronte. E invece i dubbi così tornano. E rimettono in discussione anche la lealtà all'Unione europea. Già considerata piuttosto fievole.
Per gli stessi identici motivi, la gestione degli affari interni diventerà oggetto di esame. A Bruxelles è già operativa una sorta di sospensione del giudizio. È inevitabile. L'accondiscendenza di FdI verso l'esponente più reazionario della Lega ci trasforma in osservati speciali. Temono una "polacchizzazione" dell'Italia. Lo "Stato di diritto", a cominciare dalle tutele per tutte le minoranze, è ormai la nuova frontiera politica dell'Ue. È il confine che segna la differenza tra una democrazia occidentale e una non occidentale.
La lente di ingrandimento europea è già in funzione. E punta a indagare se uno slittamento verso una destra involuta possa porre i cittadini dinanzi alla prospettiva di una democrazia di grado inferiore. Una democrazia non in linea con i valori dell'Occidente, con i diritti civili e con l'idea di un mondo inevitabilmente interconnesso.
L'interrogativo, allora, è se Giorgia Meloni sarà in grado o se avvertirà il dovere nella composizione e nell'azione del suo governo di tenere conto di questi pericoli. Che riguardano la vita degli italiani e nello stesso tempo la possibilità di affrontare le sfide terribili dei prossimi mesi con l'aiuto dei partner europei. Se non sentirà questa esigenza e non limiterà il debordare delle pulsione retrive, rischierà di assestare un colpo esiziale ad un Paese già fragile. Si ritroverà isolata o, peggio, al fianco di Ungheria e Polonia.
Mai come questa volta l'equilibrio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sarà importante. Questo, forse, è il momento più difficile del suo doppio mandato.