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Le piazze contro la guerra

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L'assenza di iniziative da parte dei partiti sul conflitto Russia-Ucraina è un segnale del loro svuotamento
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Vorrei andarci anch'io, a queste manifestazioni per la pace. Però sono confuso, disorientato. Ne sono state convocate troppe, e ogni piazza s'oppone alle altre piazze. C'è chi manifesta "per" (la pace), e chi "contro" (la guerra): non è la stessa cosa. E c'è poi sempre qualcuno pronto a rifilarti una scomunica, a metterti in castigo dietro la lavagna. Vuoi la pace? Allora sei contrario a sostenere in armi l'Ucraina, dunque sei complice di Putin. Si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra), dicevano i latini; e ripetono in coro i nostri governanti. Anche se Gandhi - per dirne solo una - ottenne l'indipendenza indiana a mani nude, senza far ricorso alla violenza. E anche se Papa Francesco - massima autorità spirituale del nostro tempo - non si stanca di chiedere il disarmo d'entrambi i contendenti.


Nel frattempo va in scena una girandola d'iniziative, spesso in competizione fr…

Vorrei andarci anch'io, a queste manifestazioni per la pace. Però sono confuso, disorientato. Ne sono state convocate troppe, e ogni piazza s'oppone alle altre piazze. C'è chi manifesta "per" (la pace), e chi "contro" (la guerra): non è la stessa cosa. E c'è poi sempre qualcuno pronto a rifilarti una scomunica, a metterti in castigo dietro la lavagna. Vuoi la pace? Allora sei contrario a sostenere in armi l'Ucraina, dunque sei complice di Putin. Si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra), dicevano i latini; e ripetono in coro i nostri governanti. Anche se Gandhi - per dirne solo una - ottenne l'indipendenza indiana a mani nude, senza far ricorso alla violenza. E anche se Papa Francesco - massima autorità spirituale del nostro tempo - non si stanca di chiedere il disarmo d'entrambi i contendenti.


Nel frattempo va in scena una girandola d'iniziative, spesso in competizione fra di loro. È il caso del sit-in davanti all'ambasciata russa patrocinato il 13 ottobre dal Pd di Letta: una reazione rispetto alla marcia per la pace lanciata da Giuseppe Conte, e anche un giocar d'anticipo, un bruciare sul tempo l'avversario. È il caso inoltre del corteo "No guerra" convocato a Napoli, per il 28 ottobre, dal governatore De Luca, scatenando subito una guerra in Consiglio regionale. Altre iniziative, tuttavia, suonano meno divisive. La mobilitazione organizzata da Europe for Peace (ne fanno parte centinaia d'associazioni, dall'Arci alle Acli), dal 21 al 23 ottobre nelle piazze d'Italia. L'incontro per la pace fra i rappresentanti delle principali religioni, in calendario dal 23 al 25 ottobre a Roma, sotto l'egida della Comunità di sant'Egidio. E soprattutto - a novembre - la grande manifestazione promossa dalla Rete italiana per la pace e il disarmo. Il suo obiettivo: che l'Italia stimoli una conferenza internazionale di pace, e che lo faccia al più presto.


Ecco, su quest'idea mi ci ritrovo, probabilmente in compagnia di molti italiani. Perché bisognerà pur esplorare una via d'uscita, oltre a gonfiare i muscoli e armare i cannoni. E perché corrisponde al ruolo costituzionale dell'Italia, quello che ci assegnarono i nostri padri fondatori. Dice l'articolo 11: la politica internazionale del nostro Paese non soltanto "ripudia" la guerra, ma deve tendere "ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni". Per riuscirci, o almeno per provarci, serve un'iniziativa diplomatica. Magari di concerto con la Germania e il Giappone, gli altri due Stati che uscirono sconfitti dalla seconda guerra mondiale, e che più di tutti ne sperimentarono gli orrori. Non a caso anche le loro Costituzioni dicono: mai più. Quella tedesca s'appella alla pace in tre distinti articoli (1, 24, 26). Quella giapponese vi si riferisce, solennemente, fin dal suo Preambolo; e nell'articolo 9 "rinunzia per sempre alla guerra".


In ogni caso, è il piano diplomatico l'unica soluzione all'escalation, allo spettro della guerra nucleare. Però nessuna iniziativa può attecchire senza un popolo che la sostenga. Invece l'opinione pubblica - non solo italiana - è come intorpidita, o forse attonita dinanzi a questo rischio mortale. I cittadini si sentono impotenti rispetto alla complessità dei conflitti internazionali, e allora tacciono, rimuovono il problema. L'hanno fatto, d'altronde, anche i partiti, durante l'ultima campagna elettorale. Quando le due grandi questioni che minacciano la sopravvivenza stessa dell'umanità - la guerra e il clima - sono rimaste ai margini, oscurate dai temi economici e sociali. Ma adesso, a quanto pare, suona la campanella del risveglio. Per opera del volontariato, d'organizzazioni laiche e religiose, del mondo dell'associazionismo. Non su impulso dei partiti - ed è questa un'altra prova, l'ennesima, del loro svuotamento.