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Lavoro e merito per la nuova sinistra

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L'intervento del primo tesoriere del Partito Democratico
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Caro Direttore,
una rifondazione del ruolo della sinistra, e delle sue forme politiche organizzate, non può prescindere da una profonda revisione della sua cultura politica. Non solo per porre rimedio a quella vera e propria afasia che ha caratterizzato l'ultimo decennio italiano ma più in generale per un riposizionamento culturale a fronte della crisi di un'idea unilaterale della globalizzazione, della drammaticamente ineguale distribuzione dei redditi, della pandemia e dei nuovi assetti geopolitici. Che lo scenario di riferimento di questo lavoro debba essere l'Europa non c'è dubbio. Ma l'ispirazione culturale, per non ripartire sempre da zero, deve venire da oltre Oceano e in particolare dallo straordinario impegno che negli Usa venne messo in campo dopo la sconfitta del 2016 a opera di Trump. Il dispiegamento di intelligenze ha toccato un ampio tessuto progressista e liberal di quel Paese, dalle università ai think tank, dalle varieg…

Caro Direttore,
una rifondazione del ruolo della sinistra, e delle sue forme politiche organizzate, non può prescindere da una profonda revisione della sua cultura politica. Non solo per porre rimedio a quella vera e propria afasia che ha caratterizzato l'ultimo decennio italiano ma più in generale per un riposizionamento culturale a fronte della crisi di un'idea unilaterale della globalizzazione, della drammaticamente ineguale distribuzione dei redditi, della pandemia e dei nuovi assetti geopolitici. Che lo scenario di riferimento di questo lavoro debba essere l'Europa non c'è dubbio. Ma l'ispirazione culturale, per non ripartire sempre da zero, deve venire da oltre Oceano e in particolare dallo straordinario impegno che negli Usa venne messo in campo dopo la sconfitta del 2016 a opera di Trump. Il dispiegamento di intelligenze ha toccato un ampio tessuto progressista e liberal di quel Paese, dalle università ai think tank, dalle variegate comunità alle vere e proprie sedi di partito.

E per non restare nel vago, citerò solo due temi: una nuova lettura della categoria del merito (e della meritocrazia) e una forte rivalorizzazione del lavoro manuale (nel senso moderno del termine). Chi ha un po' seguito quel dibattito sa che mi sto riferendo nello specifico al contributo di Michael Sandel, scienziato sociale e filosofo tra i più eminenti. Il "merito" ha avuto un ruolo cruciale, come ha ricordato Dario Olivero, per oltre trenta anni dal dopoguerra per l'emancipazione di fasce di società che hanno potuto attingere a livelli sociali e di istruzione molto superiori a quelli di provenienza. È la storia della mia generazione. Ma sotto l'onda della rivoluzione liberista e del mainstream del new-labour il merito subisce una profonda torsione attraverso la nuova categoria dell'uguaglianza delle opportunità. A nulla era valso il profetico ammonimento di un altro grande scienziato sociale l'inglese M. Young ai suoi compagni di partito: "I socialisti non si avvidero che l'eguaglianza delle opportunità, come veniva applicata in pratica, significava eguaglianza delle opportunità di essere ineguali". È quello che oggi abbiamo sotto gli occhi.

Se chi si afferma, questa l'ideologia oggi dominante, lo fa solo per "merito" (non conta niente insomma la "fortuna" come avrebbe detto il vecchio Machiavelli) la stratificazione polarizzata della società viene a avere un fondamento addirittura morale. La giustificazione alla lotta per migliorare non ha più fondamento etico. L'erosione della dignità del lavoro è la naturale conseguenza. Sandel parte da qui: "Il lavoro va inteso sia in senso economico sia in senso culturale. È un modo per guadagnarsi da vivere e pure una fonte di riconoscimento e stima sociali". Proprio quello che la sinistra italiana e il Pd hanno bellamente ignorato. Ci possiamo sorprendere che la rabbia e il risentimento che ne derivano prendano la strada del populismo? Ancora, prendo in prestito il sarcasmo da Sandel: "A quanti si preoccupavano della stagnazione dei salari, della delocalizzazione, della disuguaglianza e della paura che immigrati e robot venissero a prendere il loro lavoro le élite al potere (e il Pd lo è stato a lungo, nota mia) offrirono consigli rincuoranti: andate al college!". La rigenerazione del pensiero democratico americano, che porta alla vittoria Biden, non casualmente si riallaccia all'ispirazione politica di Robert Kennedy e di un filone del cattolicesimo progressista. Cosa di cui ci sarebbe un gran bisogno anche da noi. Concludo proprio sul Presidente americano per sottolineare alcune scelte, note e meno note, contenute nel gigantesco piano di intervento pubblico che si sta mettendo in campo: asili nidi per tutti i bambini dai tre ai quattro anni, importante sostegno finanziario ai community college (istituti di specializzazione professionale), rifinanziamento dei Pell Grants, le borse di studio per gli universitari meritevoli, il buon merito, provenienti da famiglie disagiate. Infine, Biden ha posto particolare enfasi sul fatto che il novanta per cento dei posti di lavoro che nasceranno con il piano per le infrastrutture non richiedono una laurea. Un modo concreto per tornare a portare attenzione e sostegno ai colletti blu.

La pandemia e persino l'invasione russa all'Ucraina, per paradosso, hanno riportato l'attenzione sulla materialità dell'economia. Grano, litio, terre rare, mais, petrolio, gas e il loro prezzo, degenerazione ecologica del pianeta hanno fatto irruzione nelle discussioni e preoccupazioni di tutti. Il mio non è un invito all'economicismo ma una sollecitazione a cercare risposte alle enormi trasformazioni in atto. Bob Kennedy a chi sottolineava come i Democratici fossero il partito di tutte le minoranze (e a quell'epoca significava soprattutto dei neri e delle donne) faceva notare come doveva certamente essere così ma che innanzitutto i democratici erano il partito degli americani. Anche la sinistra, in una rinnovata cultura, deve ambire a parlare a tutti gli italiani.


L'autore è stato il primo tesoriere del Partito democratico