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Il fallimento del populismo

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Tutto è cominciato con la Brexit
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Una vignetta su un giornale inglese disegna lo storico portone al numero 10 di Downing Street come una porta girevole. La metafora non potrebbe essere più appropriata: negli ultimi sei anni, da quella porta simbolo della democrazia britannica sono passati ben quattro primi ministri e, dopo le dimissioni annunciate ieri da Liz Truss, entro una settimana potrebbe attraversarla il premier numero cinque. “Britaly”, acronimo di Britannia e Italy, ironizza l’Economist, sottolineando che la Gran Bretagna odierna è diventata simile all’instabilità italiana del passato, quando Palazzo Chigi cambiava un presidente del Consiglio dopo l’altro: un riso amaro per una nazione a lungo sinonimo di serietà, stabilità e pragmatismo.

Una vignetta su un giornale inglese disegna lo storico portone al numero 10 di Downing Street come una porta girevole. La metafora non potrebbe essere più appropriata: negli ultimi sei anni, da quella porta simbolo della democrazia britannica sono passati ben quattro primi ministri e, dopo le dimissioni annunciate ieri da Liz Truss, entro una settimana potrebbe attraversarla il premier numero cinque. “Britaly”, acronimo di Britannia e Italy, ironizza l’Economist, sottolineando che la Gran Bretagna odierna è diventata simile all’instabilità italiana del passato, quando Palazzo Chigi cambiava un presidente del Consiglio dopo l’altro: un riso amaro per una nazione a lungo sinonimo di serietà, stabilità e pragmatismo.

I cinque leader chiamati al vertice del Regno Unito tra il 2016 e il 2022 appartengono tutti ai conservatori, un tempo il partito dell’establishment e il più antico partito europeo, finito in mano a un populista come Boris Johnson, quindi a una fanatica antistatalista come Truss, il primo convinto di essere la reincarnazione di Churchill, la seconda impegnata in modo quasi comico a scimmiottare Margaret Thatcher, senza averne peraltro né il fiuto politico, né la determinazione che le guadagnò l’etichetta di “lady di ferro”. Ma per spiegare la deriva che ha portato i Tories sull’orlo di quella che un loro deputato definisce “una crisi potenzialmente esistenziale” basta una parola: Brexit. È cominciato tutto da lì.

Prima del referendum sull’Unione Europea, i conservatori avevano governato sei anni e vinto due elezioni con David Cameron, interprete della corrente “One Nation” che aspirava a farne “il partito della nazione”. Accanto alle tradizionali politiche della destra britannica, Cameron aveva fatto approvare il matrimonio gay e si batteva per la difesa dell’ambiente. Soprannominato “Tory Blair”, il suo progetto era fare per i conservatori ciò che Tony Blair aveva fatto per i laburisti: occupare il centro dell’elettorato, convinto che fosse la chiave per mantenere il potere. Sarebbe stato probabilmente eletto una terza volta, se non avesse commesso a sua volta un errore: per Blair era stato partecipare alla guerra in Iraq, per lui è stato indire il referendum sulla Brexit.

Da allora, anziché cercare di unire un Paese diviso sostanzialmente a metà (l’uscita dalla Ue passò 52 a 48 per cento), i premier conservatori hanno accentuato la divisione: Theresa May escludendo qualunque ipotesi di mantenere un piede in Europa, il suo successore Johnson accelerando la retorica sull’eccezionalità britannica, la sua erede Truss perseguendo un ultra liberismo indifferente all’esorbitante debito pubblico accumulato in due anni di pandemia. Una statistica resa nota questa settimana indica che le esportazioni del Regno Unito nella Ue sono calate del 16 per cento dopo la Brexit, segno inequivocabile del danno che ne è risultato. Il crollo della sterlina nei giorni scorsi ha sottolineato il danno della politica fiscale di Truss.

La morale è che i cinque premier conservatori triturati dalla Brexit sono la più chiara dimostrazione dei fallimenti di populismo e radicalismo. Se il quinto sarà l’ex-ministro delle Finanze Sunak, apparente favorito nonostante il desiderio di Johnson di essere richiamato al potere come Cincinnato, ha meno importanza della direzione che prenderanno i Tories e in generale la politica da questo lato della Manica. È vero che i conservatori hanno vinto due elezioni anche nei sei anni di terremoto post-brexitiano, ma contro di loro c’era un ultra radicale come il laburista Jeremy Corbyn, battuto due volte, la seconda con la peggiore sconfitta in novant’anni per il partito della sinistra britannica. Adesso a guidare il Labour, e a chiedere elezioni anticipate, c’è un centrista sostanzialmente blairiano come Keir Starmer. La crisi che va in scena a Londra potrebbe dunque rappresentare la chiusura del cerchio. L’Europa ha bisogno che la Gran Bretagna torni a essere un partner stabile e sensato, anche se fuori dalla Ue. E poiché fu la Brexit a inaugurare la stagione mondiale del populismo, è legittimo augurarsi che il tramonto dei suoi autori ne porti la fine anche altrove.