Appare forte, Giorgia Meloni. Forte dell’incarico che prenderà oggi, prima donna presidente del Consiglio della storia d’Italia. Forte di essersi imposta, con i voti e i veti, a due ex leader della sua stessa coalizione. A quei Silvio Berlusconi e Matteo Salvini che stamane dovranno restare accanto a lei silenti (forse), in versione ancillare, all’uscita dalle consultazioni. Appare forte. Ma parte debole. Indebolita da quei due alleati, dalle sue stesse ambiguità. Ecco perché prova a puntellarsi, lì dove è più importante. Nella scelta di ministri e deleghe che dovranno garantire atlantismo, ancora prima che europeismo. E dare da subito, almeno nella forma, il messaggio all’estero che il governo più a destra che il nostro Paese abbia mai avuto non vuol tradire la sua storica collocazione internazionale. Guarda a Washington. Non vuol cedere al putinismo.
È quasi obbligata a partire da qui, la leader di…
Appare forte, Giorgia Meloni. Forte dell’incarico che prenderà oggi, prima donna presidente del Consiglio della storia d’Italia. Forte di essersi imposta, con i voti e i veti, a due ex leader della sua stessa coalizione. A quei Silvio Berlusconi e Matteo Salvini che stamane dovranno restare accanto a lei silenti (forse), in versione ancillare, all’uscita dalle consultazioni. Appare forte. Ma parte debole. Indebolita da quei due alleati, dalle sue stesse ambiguità. Ecco perché prova a puntellarsi, lì dove è più importante. Nella scelta di ministri e deleghe che dovranno garantire atlantismo, ancora prima che europeismo. E dare da subito, almeno nella forma, il messaggio all’estero che il governo più a destra che il nostro Paese abbia mai avuto non vuol tradire la sua storica collocazione internazionale. Guarda a Washington. Non vuol cedere al putinismo.
È quasi obbligata a partire da qui, la leader di FdI. Non può concedersi sbavature. Nei mesi di opposizione composta a Mario Draghi, ha lastricato la via che la porterà a Palazzo Chigi di attestazioni di atlantismo ed europeismo, oltre che di rassicurazioni sul fronte dei diritti. Senza questo biglietto da visita, l’obiettivo sarebbe stato fuori dalla sua portata. Ma questa è la forma, una forma a fatica preservata sotto i riflettori della campagna elettorale e poi lungo quattro estenuanti settimane di attesa dell’incarico. È la forma, non la sostanza. Nella sostanza, è ancora tutto da dimostrare. La sostanza, quel che si nasconde dietro la forma, oggi lascia spazio a numerosi dubbi, a più che fondate preoccupazioni.
Sotto la pelle di questo centrodestra tendenza Meloni, serpeggiano contraddizioni che per lei è difficile cancellare. Non le basterà probabilmente blindare, come raccontano su questo giornale Tommaso Ciriaco e Giuliano Foschini, con figure di provata linea atlantista Palazzo Chigi e la Difesa, tenere per sé la delega ai Servizi. Rischia di non bastarle neanche lo sforzo fatto - a colpi di “No” - per portare in Consiglio dei ministri le personalità di Lega e Forza Italia che meno la impensieriscono. Antonio Tajani agli Esteri dovrebbe fare da contraltare a Berlusconi e i suoi vecchi amici scomodi. Giancarlo Giorgetti all’Economia ridimensionare i sogni di spesa di Salvini. Ma gli indomiti leader dei partiti alleati le presenteranno presto il conto. Non solo il Cavaliere, che dietro promessa di «massimo riserbo» svela in privato i «dolcissimi» pensieri filo-Putin dissimulati in pubblico, e nella cartellina di pelle ripone fogli colmi di pensieri contro la futura premier. Ma anche quel Salvini che entra nell’esecutivo quasi in punta di piedi, con inedita scelta di low profile. Non è difficile indovinare che i non detti e le contraddizioni riemergeranno quando in Europa bisognerà confermare o inasprire le sanzioni contro la Russia, sanzioni che il salviniano presidente della Camera Lorenzo Fontana, non proprio una comparsa nella neonata maggioranza, ha già definito un boomerang.
Atlantismo nelle deleghe e nelle azioni, sì. Che Meloni si farà garante della rotta con i partner della Nato si mostrano convinti tanto l’ambasciatore russo a Roma Sergey Razov, quanto Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Ma sull’altro fronte internazionale, quello europeo, le stesse contraddizioni di Meloni rischiano da subito di indebolirla. Le alleanze con le destre estreme d’Europa, la vicinanza nei «valori» al polacco (filoamericano, non proprio un campione dei diritti) Andrzej Duda, l’amicizia con l’ungherese (filorusso, grande oppositore delle misure europee sull’energia) Viktor Orbán, non facilitano l’avvicinamento ai Grandi del Vecchio Continente, ai capofila Francia e Germania.
Mario Draghi, in procinto di passarle il testimone, le ha consigliato di non trascurare le antiche alleanze dell’Italia e nel salutare i diplomatici di Roma nell’Ue e nella Nato ricorda - a tutti, anche a lei - come dai valori europei e transatlantici (e dalla salvaguardia dei diritti sociali e civili) passi la capacità di avere peso nel mondo, rafforzare la propria economia, la propria sicurezza. Meloni ha ora l’opportunità di inserirsi nella crepa che si è aperta tra Emmanuel Macron e Olaf Scholz e provare a costruire col francese, a partire dal colloquio che dovrebbero avere già nei prossimi giorni a Roma, un canale di dialogo tutt’altro che scontato. E poi, nelle posizioni che prenderà a Bruxelles, tradurre in concreto l’europeismo dichiarato, depurandolo dalle contraddizioni e dalle tentazioni nazionaliste sue e degli alleati.
Un tassello importante per reggere l’urto dei prossimi - difficili - mesi di guerra e di bollette è riuscire davvero a puntellare la sua squadra dei ministri. Un minuto dopo, servirà partire con prudenza, come insegna la disastrosa esperienza dell’inglese Liz Truss. E nel tempo dare alla forma quel corpo e sostanza di cui oggi appare lecito dubitare.