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La lezione inglese

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Le dimissioni di Liz Truss dimostrano che i vincoli di bilancio esistono per tutti i Paesi. Un fattore da tenere presente anche per Giorgia Meloni e i suoi alleati di governo
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Caro Direttore,
le recenti vicissitudini economiche e politiche nel Regno Unito suggeriscono alcune considerazioni di rilievo anche per gli altri Paesi avanzati, soprattutto per uno come il nostro dove un nuovo governo si appresta ad affrontare difficili scelte di politica economica. Cosa ci illustra il caso inglese?


Primo, i deficit pubblici trovano difficoltà di finanziamento non solo nei Paesi emergenti, ma anche in quelli avanzati. Da un po' di tempo questi ultimi si erano illusi di essere esenti dal vincolo di bilancio. Certo, la crisi che nel 2010-11 aveva coinvolto alcuni Paesi dell'area dell'euro aveva sollevato stupore, ma, in fondo si trattava di Paesi mediterranei (da pizza e spaghetti, come illustrato di recente da una copertina dell'Economist). Agli altri tutto era concesso. I deficit pubblici potevano salire a piacere, in un mondo di tassi di interesse zero o negativi. Ora anche il Regno Unito ha capito che il vincolo di bilancio esiste ancor…

Caro Direttore,
le recenti vicissitudini economiche e politiche nel Regno Unito suggeriscono alcune considerazioni di rilievo anche per gli altri Paesi avanzati, soprattutto per uno come il nostro dove un nuovo governo si appresta ad affrontare difficili scelte di politica economica. Cosa ci illustra il caso inglese?


Primo, i deficit pubblici trovano difficoltà di finanziamento non solo nei Paesi emergenti, ma anche in quelli avanzati. Da un po' di tempo questi ultimi si erano illusi di essere esenti dal vincolo di bilancio. Certo, la crisi che nel 2010-11 aveva coinvolto alcuni Paesi dell'area dell'euro aveva sollevato stupore, ma, in fondo si trattava di Paesi mediterranei (da pizza e spaghetti, come illustrato di recente da una copertina dell'Economist). Agli altri tutto era concesso. I deficit pubblici potevano salire a piacere, in un mondo di tassi di interesse zero o negativi. Ora anche il Regno Unito ha capito che il vincolo di bilancio esiste ancora.


Secondo, il vincolo di bilancio esiste non solo per aumenti di spesa, ma anche per tagli di tasse. Liz Truss puntava tutto sul taglio delle tasse, comprese quelle sui redditi alti, una ripresentazione della reaganiana trickle down economics, per cui tagliando le tasse ai ricchi l'economia riparte e questo fa bene a tutti, il Pil cresce e il taglio di tasse si ripaga da sé. Insomma, più o meno quello che ci hanno raccontato in campagna elettorale i sostenitori della flat tax. Sarebbe bello, ma non funziona: i mercati finanziari non ci credono ed è per questo che Liz Truss ha dovuto far marcia indietro.


Terzo, i vincoli di bilancio esistono anche quando hai una tua banca centrale, come la Banca d'Inghilterra. Qualcuno aveva sostenuto che la crisi del 2010-11 era dovuta al fatto che i Paesi coinvolti non avevano la propria banca centrale. Non è così e non solo per Paesi emergenti come Argentina e Turchia, ma anche per Paesi avanzati come il Regno Unito. Le banche centrali possono stampare soldi e attenuare, in certi momenti, il vincolo di bilancio, ma c'è un limite anche a quello che possono fare. Se esagerano, se diventano il bancomat dello Stato alla fine l'inflazione aumenta. Certo, forse i limiti sono più ampi di quello che si credeva qualche anno fa, ma esistono e ce ne stiamo rendendo conto con l'aumento dell'inflazione in tutti i paesi avanzati. La Banca d'Inghilterra, e la stessa, Bce, non possono risolvere tutti i problemi di bilancio.
Quarto, nei fenomeni economici, la credibilità è fondamentale. Se sei credibile i mercati possono perdonarti tanto. Ma se lo sbaglio è palese, correggerlo non basta. La marcia indietro di Liz Truss non è servita. Alla fine solo le sue dimissioni hanno tranquillizzato i mercati. Occorre non sbagliare.


Spero che il nuovo governo Meloni nel formulare la prossima legge di bilancio tenga presente questa esperienza inglese. Le promesse elettorali sono state tante da parte di tutti i componenti della coalizione di destra e sarà difficile riconciliarle. La nomina di Giorgetti, solitamente prudente quando si parla di conti pubblici, come ministro dell'Economia dovrebbe rassicurare i mercati finanziari. Ma resisterà alle pressioni che arriveranno, compreso dal suo stesso partito che, quando giunse al governo nel 2018 formulò una legge di bilancio ispirata dall'idea che per crescere occorre fare più deficit? Prudenza non significa che si debba, sotto qualunque circostanza, mantenere gli obiettivi di bilancio fissati dal governo Draghi, che comportavano un deficit in discesa al 3,9 per cento del Pil nel 2023. Se l'Italia andasse in recessione sarebbe sbagliato puntare ancora al 3,9 per cento. Ma eventuali scostamenti dovrebbero consistere di interventi temporanei (come quelli per affrontare l'emergenza bollette) e non di misure strutturali per realizzare le promesse della campagna elettorale.


Spero quindi che il nuovo governo non pensi che ogni vincolo di bilancio possa essere rimosso semplicemente battendo i pugni sui tavoli europei "che ci devono ascoltare perché noi siamo un grande Paese", anzi una grande Nazione, il termine che Meloni sembra di preferenza utilizzare quando parla dell'Italia. Una grande nazione non ha bisogno di aiuti dall'estero, né può diventare preda dei mercati finanziari, come lo è stato di recente il Regno Unito.

L'autore è senatore del Partito Democratico