Nasce il governo della prima presidente del Consiglio donna. È il tetto di cristallo che con Giorgia Meloni va in frantumi. Nasce il governo più a destra che questo Paese abbia mai avuto dal Dopoguerra. Ed è un azzardo della storia che una buona metà degli italiani si sarebbe risparmiato.
Come tutti gli esecutivi, anche questo verrà giudicato sulla base dei fatti, da domani muoverà i primi passi, ci vorrà del tempo. Ma la lista dei ministri letta dalla premier incaricata non spicca soltanto per un vocabolario sovranista e nazionalista che gli italiani non avevano mai conosciuto (sovranità alimentare, sicurezza energetica, istruzione e merito, natalità). Quel che spiazza e desta fin d'ora preoccupazione è il basso profilo della gran parte delle scelte fatte, che diventa quasi il tratto distintivo del nuovo Consiglio dei ministri. Non c'è neanche un nome, fra i nove senatori, otto deputati e sette tecni…
Nasce il governo della prima presidente del Consiglio donna. È il tetto di cristallo che con Giorgia Meloni va in frantumi. Nasce il governo più a destra che questo Paese abbia mai avuto dal Dopoguerra. Ed è un azzardo della storia che una buona metà degli italiani si sarebbe risparmiato.
Come tutti gli esecutivi, anche questo verrà giudicato sulla base dei fatti, da domani muoverà i primi passi, ci vorrà del tempo. Ma la lista dei ministri letta dalla premier incaricata non spicca soltanto per un vocabolario sovranista e nazionalista che gli italiani non avevano mai conosciuto (sovranità alimentare, sicurezza energetica, istruzione e merito, natalità). Quel che spiazza e desta fin d'ora preoccupazione è il basso profilo della gran parte delle scelte fatte, che diventa quasi il tratto distintivo del nuovo Consiglio dei ministri. Non c'è neanche un nome, fra i nove senatori, otto deputati e sette tecnici chiamati in squadra, che sorprenda per la sua caratura, il suo spessore, la sua competenza riconosciuta, il suo standing internazionale.
La domanda che è legittimo porsi, ancor prima che suoni domattina la campanella di Palazzo Chigi, è se il team al quale si affida la presidente Meloni sia all'altezza degli enormi problemi che questo Paese - lei direbbe la Nazione - sarà chiamato ad affrontare dalle prossime settimane. Bollette, crisi energetica, aumento dei prezzi, riforma delle pensioni. Il sospetto è che le denominazioni dal vago sapore retrò e pacchianamente sovraniste nascondano proprio l'assenza di qualità. Una carica volutamente ideologica esibita per occultare la debolezza intrinseca più che per esaltare una forza.
Non è un interrogativo da politologi. È una questione seria e concreta. Matteo Salvini sarà un ministro delle Infrastrutture capace di gestire la più faraonica macchina di spesa pubblica in forza dei fondi Ue in arrivo? O ha preteso e ottenuto quel dicastero per indossare la felpa della Guardia costiera, poter salire sulle motovedette e guidare una sorta di corpo pretoriano chiamato a fronteggiare un'emergenza che ormai esiste solo nelle sue più perverse fantasie elettorali? Il deputato forzista Gilberto Pichetto Fratin sarà l'uomo giusto per smantellare il governo della Transizione ecologica che aveva segnato gli ultimi anni e tornare all'arcaica funzione dell'Ambiente, rafforzata da una non meglio specificata delega alla Sicurezza energetica? Ci sarebbe anche da capire se, fallita l'opzione Panetta, tramontata quella di altri autorevoli economisti, sia davvero il pur volenteroso bocconiano Giancarlo Giorgetti l'esperto migliore per condurre il dicastero di via XX Settembre nella tempesta di una quasi recessione e di una crisi economica che mette i brividi. Il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, forte dei tanti libri prodotti e apprezzati dai cultori della destra, è il migliore intellettuale al quale poteva essere affidata la Cultura italiana? L'elenco potrebbe continuare, sarebbe stucchevole.
Giorgia Meloni sulla linea dello start - lei preferirebbe della partenza - è già a un bivio. Può tener fede agli impulsi del sovra-populismo al quale sembrano ispirate le etichette pittoresche pennellate e gli uomini prescelti (uomini sì, perché sei donne su 24, nonostante la premier donna, non fanno un esecutivo molto rappresentativo del genere femminile, signora presidente). E allora manderà in estasi il suo elettorato desideroso di riscatto e rivincita, dopo una vita da gregari partita dai margini più bui della storia. Oppure può fare propria l'eredità che le lascia il predecessore Mario Draghi, da lei sentito appena uscita dal Quirinale. C'è una rotta che il premier uscente ha tracciato proprio ieri, partecipando al suo ultimo Consiglio europeo: è contenuto nel documento che lascia a chi da oggi prenderà il suo posto. La sintesi è in quel messaggio che scolpisce il lascito politico e culturale del governo più autorevole degli ultimi decenni sul piano internazionale: "L'Unione europea è fondamentale, l'Italia deve essere al centro del progetto europeo con la credibilità, l'autorevolezza, la determinazione che si addice a un grande Paese come il nostro".
Questo governo è una scommessa. Parte con molteplici contraddizioni al suo interno che lo espongono a una rischiosa fragilità esterna. Solo se Giorgia Meloni rinuncerà alla facile tentazione della discontinuità a tutti i costi e tenterà di mantenere la rotta già segnata potrà affrontare il mare in tempesta. Anche a capo di un esecutivo senza fuoriclasse.
Da oggi inizia tutta un'altra storia. Buon vento, Presidente. Buona navigazione a tutti noi, ne abbiamo bisogno.