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Le due destre

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Una è quella estremista di Salvini, l'altra quella atlantista di FdI
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Per le cancellerie straniere è difficile da capire, ma quel che sta avvenendo in Italia è una cosa più complicata, molto più complicata, di quella che sembra. Visto da lontano, l’esito del voto del 25 settembre è semplicemente la nascita del governo “più a destra” di tutta la storia della Repubblica, inopinatamente guidato da un partito post-fascista. Ma, visto da vicino, quel medesimo esito ha un senso assai meno univoco. E solleva semmai una domanda: può la scelta atlantica di Fratelli d’Italia, insieme al complesso di idee di cui il partito di Giorgia Meloni è portatore, produrre un nuovo posizionamento, nonché un affrancamento definitivo dalle sue radici più remote?

Per le cancellerie straniere è difficile da capire, ma quel che sta avvenendo in Italia è una cosa più complicata, molto più complicata, di quella che sembra. Visto da lontano, l’esito del voto del 25 settembre è semplicemente la nascita del governo “più a destra” di tutta la storia della Repubblica, inopinatamente guidato da un partito post-fascista. Ma, visto da vicino, quel medesimo esito ha un senso assai meno univoco. E solleva semmai una domanda: può la scelta atlantica di Fratelli d’Italia, insieme al complesso di idee di cui il partito di Giorgia Meloni è portatore, produrre un nuovo posizionamento, nonché un affrancamento definitivo dalle sue radici più remote?


Quella che si sta compiendo in questi giorni, infatti, è innanzitutto una profonda mutazione delle basi sociali, politiche e culturali del blocco di centro destra. Che è alquanto diverso da quello che è sempre stato nel corso della seconda Repubblica, ed è estremamente differenziato al proprio interno.
Nella coalizione che ha vinto le elezioni, la nuova destra di Giorgia Meloni rappresenta il tassello più atlantista ed europeista, ma soprattutto il tassello più moderato sul versante cruciale della politica economica. Basta una scorsa ai programmi (e alle promesse!) dei tre partiti di destra per rendersi conto che il programma comune (imposto da Giorgia Meloni) è una sorta di barriera frangi-fuoco contro l’azzardo della flat tax e le follie della spesa corrente in deficit, implicita nelle promesse degli alleati Salvini e Berlusconi. E basta andare un po’ in là nel tempo e nei dettagli per accorgersi che, non da ieri ma almeno dal 2014, la stella polare della politica economica di Fratelli d’Italia è l’occupazione, perseguita mediante gli sgravi contributivi, non certo l’alleggerimento della pressione fiscale sui ricchi. Visto con gli occhi della “teoria economica della democrazia”, secondo cui la variabile politica cruciale è il grado di ostilità alle tasse, il partito più a destra del nostro sistema politico è quello di Salvini (ancora più anti-tasse di Forza Italia), non certo quello di Giorgia Meloni, che ha le sue radici nella destra sociale. Ed è curioso che le autorità europee, così attente al deficit pubblico e così preoccupate della fedeltà all’alleanza atlantica, fatichino tanto a rendersi conto che un governo a guida Meloni è molto più rassicurante ed europeista di un governo a guida Salvini o Berlusconi, con le loro ambiguità sulla politica estera e la loro indulgenza verso gli sforamenti di bilancio.


Ma non sono solo le cancellerie estere e le autorità europee a non cogliere il nocciolo dei cambiamenti in atto. Contrariamente a quanto molti pensano, la base sociale della nuova destra di Fratelli d’Italia non è soggettivamente più “di destra” di quella dei partiti alleati, e se ne differenzia semmai per il maggiore insediamento nei ceti popolari, nel mondo del lavoro, e persino in quello sindacale.
La realtà è che, con il 25 settembre, si chiude un capitolo della storia della destra italiana e se ne apre uno nuovo, che non ha senso leggere con le lenti del passato. Un capitolo che è nuovo non solo perché, per la prima volta nella storia d’Italia, l’elettorato ha voluto dare fiducia a una donna anziché a un uomo, ma perché diversa è la base sociale del partito vincitore, e diverse sono le idee portanti della politica economico-sociale. Il problema, lo testimoniano le vicende di questi giorni, è che Salvini e Berlusconi, astri in declino della vecchia destra, non paiono pronti – a dispetto della sconfitta elettorale – a fare un passo di lato, e a prendere atto del mutamento. Che non sta solo nel fatto che consenso, età e carisma giocano nettamente a favore di Giorgia Meloni, ma nel fatto che la vincitrice, con la sua fermezza sull’atlantismo e la sua determinazione sulla qualità dei ministri, sta provando a cambiare le regole del gioco, lasciandosi alle spalle un’era in cui (quasi) tutto era negoziabile, e gli alleati minori potevano fare il brutto e il cattivo tempo con il leader della coalizione.
Solo il tempo potrà dirci se la scommessa della giovane premier sarà stata vincente o se, passata la strettoia della formazione del governo, rivedremo l’Italia di sempre.