Il vero passo d’avvio del governo Meloni sarà oggi alla Camera con il discorso sul programma, dal quale si potrà cominciare a valutare il respiro e la prospettiva del dicastero di destra-centro. Finora abbiamo assistito a passaggi istituzionali molto formali e senza dubbio storici, nonché a momenti utili a creare simpatia, come il giuramento al Quirinale con le famiglie, ma a un unico episodio di rilievo politico: il colloquio di domenica sera con il francese Macron. Da oggi cambia il ritmo, o almeno così ci si attende.
Nel frattempo il chiacchiericcio nei palazzi romani continua a girare intorno alle previsioni sulla durata del governo. Va detto che il partito del “cade tra pochi mesi” ha perso qualche punto a favore della fazione se…
Il vero passo d’avvio del governo Meloni sarà oggi alla Camera con il discorso sul programma, dal quale si potrà cominciare a valutare il respiro e la prospettiva del dicastero di destra-centro. Finora abbiamo assistito a passaggi istituzionali molto formali e senza dubbio storici, nonché a momenti utili a creare simpatia, come il giuramento al Quirinale con le famiglie, ma a un unico episodio di rilievo politico: il colloquio di domenica sera con il francese Macron. Da oggi cambia il ritmo, o almeno così ci si attende.
Nel frattempo il chiacchiericcio nei palazzi romani continua a girare intorno alle previsioni sulla durata del governo. Va detto che il partito del “cade tra pochi mesi” ha perso qualche punto a favore della fazione secondo cui la giovane premier resterà a Palazzo Chigi almeno due anni. Ugo Magri su Huffington Post si è spinto a scrivere che Giorgia Meloni “non l’abbatte nemmeno un meteorite”. Ora, sul meteorite è meglio non scommettere. Ma sul resto è bene essere realisti. L’opposizione non ha la forza e neanche le idee per rovesciare gli equilibri parlamentari. E gli “alleati” della (o del) presidente del Consiglio, cioè Salvini e Berlusconi più qualche centrista, non saprebbero dove trovare sponde, se mai decidessero di dare una spallata all’esecutivo. Tra l’altro non si vede che interesse avrebbero. Nel 1994, al tempo del primo governo Berlusconi, lo scenario era ben diverso. Umberto Bossi fece crollare il primo governo Berlusconi dopo aver avuto garanzie dall’allora presidente della Repubblica, Scalfaro, e dal leader del Pd, D’Alema. Era il periodo in cui la Lega era considerata una “costola della sinistra”. E Bossi temeva che Berlusconi gli avrebbe mangiato il suo elettorato nordista passo dopo passo.
In anni recenti Salvini ha invece collocato il Carroccio a destra, sia pure con alterna fortuna. Quanto al centro-sinistra, oggi ha da pensare a se stesso. E inoltre, punto decisivo, al Quirinale siede Mattarella, figura che coltiva un’idea alta delle istituzioni e non si presterebbe a manovre. In un certo senso, come ha spiegato anche Giovanni Guzzetta sul Riformista, la vera garanzia del governo Meloni è costituita dall’assenza di alternative. E tutto lascia pensare che il quadro non muterà fino alle elezioni del 2024. Il tratto di strada è abbastanza lungo, salvo colpi di scena, per consentire a Giorgia Meloni di dare la sua impronta a una stagione politica. S’intende, se sarà in grado di farlo. I primi segnali non sono trascurabili.
Si è già detto dell’apparente continuità con Draghi, benché sia presto per dare giudizi definitivi. Forse più interessante è l’incontro con il presidente francese. Le cui modalità sono state, come è noto, abbastanza anomale. La sede, l’albergo romano dove Macron ha alloggiato in occasione del convegno di Sant’Egidio sulla pace. Le Monde, il quotidiano parigino, ha annotato con qualche malizia che “si è svolto alla chetichella” e che la premier è passata “da un ingresso secondario”. In realtà il resoconto del giornale voleva dimostrare il disagio di Macron, che infatti è stato investito da polemiche in Francia sollevate dalla sinistra di Mélenchon. Da parte sua Giorgia Meloni ha scelto la “realpolitik” e quindi ha accettato più o meno di buon grado il luogo dell’incontro. Ma è lei ad aver tratto il maggior vantaggio dal colloquio, che ha permesso di sottolineare le prime convergenze tra le due capitali: dall’Ucraina al limite del prezzo del gas. Certo, le valutazioni alla fine sono state diverse e si capisce che un certo paternalismo nel tono del comunicato francese dipende dall’incombere della destra lepenista: una minaccia per l’area macroniana. Ma la premier italiana sta facendo capire che non esiste, o non esiste più, un’alleanza di fatto con il lepenismo, da un lato, e l’ungherese Orbán , dall’altro.