Il populismo genera violenza
di Paolo Garimberti , di Paolo GarimbertiC'è un legame tra le centinaia di barricate e di blocchi stradali dei sostenitori di Jair Bolsonaro, per contestare il voto che ha ridato la presidenza del Brasile a Lula, e l'intrusione in una villa di San Francisco di un uomo che ha gravemente ferito il marito di Nancy Pelosi. Il legame si chiama populismo. Che genera violenza politica, alimentata dalle teorie cospiratorie e dalle notizie false che inondano la rete senza che alcuna diga riesca a contenerle o respingerle.
In un saggio apparso due giorni fa nella pagina delle opinioni del New York Times e intitolato La linea scolorita tra retorica estremista e violenza politica, Matthew Dallek, uno storico che inse…
C'è un legame tra le centinaia di barricate e di blocchi stradali dei sostenitori di Jair Bolsonaro, per contestare il voto che ha ridato la presidenza del Brasile a Lula, e l'intrusione in una villa di San Francisco di un uomo che ha gravemente ferito il marito di Nancy Pelosi. Il legame si chiama populismo. Che genera violenza politica, alimentata dalle teorie cospiratorie e dalle notizie false che inondano la rete senza che alcuna diga riesca a contenerle o respingerle.
In un saggio apparso due giorni fa nella pagina delle opinioni del New York Times e intitolato La linea scolorita tra retorica estremista e violenza politica, Matthew Dallek, uno storico che insegna alla George Washington University, ha citato un rapporto del Dipartimento americano per la sicurezza interna nel quale si avverte che "l'estremismo violento (come l'insurrezione del 6 gennaio dei sostenitori di Donald Trump) è una delle minacce più pressanti cui devono fare fronte oggi gli Stati Uniti".
I sostenitori di Bolsonaro, incitati dal suo silenzio e dal mancato riconoscimento della vittoria di Lula secondo un fair play istituzionale che il populismo ignora e disprezza, si comportano come quelli di Trump dopo la sconfitta elettorale inflitta da Biden. Disconoscono la legittimità del voto, appigliandosi al sottile margine di differenza tra i voti del vincitore e quelli dello sconfitto, e cercano di rovesciare nelle strade quello che è stato il risultato nelle urne. Come racconta Daniele Mastrogiacomo nelle sue cronache dal Brasile, il Tribunale supremo federale diventa l'ultimo baluardo in difesa della democrazia. Accadde anche in America dove fu il potere giudiziario ad arginare la retorica trumpiana del voto contro la volontà popolare, del "più grande furto nella storia dell'America". Il voto-truffa, che annienta l'orientamento degli elettori, sta diventando nell'emisfero occidentale una costante delle recriminazioni della destra populista quando viene sconfitta alle urne. Non è accaduto soltanto negli Stati Uniti e in Brasile. Perché per la prima volta nella storia i Paesi più importanti e popolosi dell'America Latina, dall'Argentina al Messico, dal Cile alla Colombia, oltre al Brasile, hanno presidenti di sinistra.
Il comportamento di Fox News nel caso dell'intrusione nella casa di Nancy Pelosi e il ferimento del marito ci riporta al legame tra populismo e violenza politica. Come fece nei giorni delle elezioni presidenziali, il canale di Murdoch, grande sostenitore di Trump, è passato da un iniziale racconto fattuale della vicenda a una versione aderente alle più sfrenate teorie cospirazioniste, arrivando a dire che David DePape, l'assalitore, era stato trovato dalla polizia con indosso soltanto le mutande. Fox ha poi corretto questa versione, ma questa inversione della narrazione ha avuto il risultato di far infuriare gli odiatori di rete, che hanno accusato il canale televisivo di essersi autocensurato. E il figlio di Trump, Donald Jr, ha postato su Twitter il suo costume da Halloween: un martello e una mutanda da uomo, riferimento all'arma e all'abbigliamento di DePape secondo le peggiori teorie degli odiatori da tastiera.
Steven Lee Myers - che, dopo aver fatto l'inviato nelle capitali del mondo vincendo anche un premio Pulitzer, studia la disinformazione per il New York Times - ha scritto che l'attacco alla casa di Nancy Pelosi (l'avversario politico più detestato da Trump) "ha aumentato i timori di un aumento della violenza politica contro chi è stato eletto, sempre più ispirata da una miscela tossica di estremismo, odio e paronoia, facilmente reperibili online".
La conferma di questo clima pesante per la democrazia americana è venuta ieri dal capo della polizia del Campidoglio di Washington che ha chiesto un aumento delle risorse per proteggere deputati e senatori. Ma sono stati pochi i repubblicani membri del Congresso che hanno mostrato pubblicamente solidarietà a Nancy Pelosi. A conferma che il populismo violento di Trump ha innervato il partito snaturandolo. Giustamente è stato ricordato che un tempo anche i repubblicani più duri e puri rifiutavano le teorie cospiratorie: Barry Goldwater, durante la campagna elettorale del 1964, respinse con sdegno la tesi che il capo della Corte suprema Earl Warren fosse "un comunista".
L'Europa finora si è salvata dalla violenza politica alimentata dal populismo. Il fenomeno dei gilet gialli francesi non è riuscito ad avere una rappresentanza politica e a diventare partito. Ma il rischio di un contagio proveniente dall'emisfero occidentale è forte e va contrastato. Come ha ammonito Matthew Dallek nel suo illuminante saggio: "Possiamo aspettarci che coloro che predicano la guerra politica guadagnino forza. E allora potremmo entrare in un'èra ben peggiore, in cui gli assalti ai legislatori e le loro famiglie diventano routine e gli apostoli della violenza e del bigottismo guadagnano potere".