Scorri la lista dei viceministri e sottosegretari e ti viene in mente l'ultima intervista di Giorgia Meloni a Tg2 Post, alla vigilia del voto. Quella sera Gennaro Sangiuliano domandò alla leader di Fratelli d'Italia se la sua nomina a presidente del Consiglio sarebbe stata "un riscatto per le donne italiane". L'intervistata si curvò leggermente verso il direttore del Tg2 - oggi suo ministro della Cultura - e abbassando la voce rispose: "È un riscatto per un sacco di gente, diretto'. Per un sacco di gente che ha dovuto per decenni abbassare la testa".
Ecco, il segno di quel riscatto non è nella quota di sottogoverno - 18 poltrone su 39 - che è toccata a Fratelli d'Italia, una quota persino inferio…
Scorri la lista dei viceministri e sottosegretari e ti viene in mente l'ultima intervista di Giorgia Meloni a Tg2 Post, alla vigilia del voto. Quella sera Gennaro Sangiuliano domandò alla leader di Fratelli d'Italia se la sua nomina a presidente del Consiglio sarebbe stata "un riscatto per le donne italiane". L'intervistata si curvò leggermente verso il direttore del Tg2 - oggi suo ministro della Cultura - e abbassando la voce rispose: "È un riscatto per un sacco di gente, diretto'. Per un sacco di gente che ha dovuto per decenni abbassare la testa".
Ecco, il segno di quel riscatto non è nella quota di sottogoverno - 18 poltrone su 39 - che è toccata a Fratelli d'Italia, una quota persino inferiore a quella che avrebbe potuto pretendere applicando il manuale Cencelli ai risultati elettorali, ma nei nomi che segnalano la continuità con la storia più antica della destra italiana. Una storia dalla quale emergono, come da un vecchio album di famiglia ritrovato dopo un trasloco, istantanee imbarazzanti. Per esempio la foto di Augusta Montarulli, sottosegretaria all'Università, in gita a Predappio con una comitiva di Azione Giovani. O quella di Paola Frassinetti, sottosegretaria all'Istruzione, durante l'omaggio dei camerati ai caduti milanesi della Repubblica di Salò, al Campo 10 del cimitero Maggiore. O ancora quella di Galeazzo Bignami, viceministro alle Infrastrutture, che festeggia in divisa da nazista, con la svastica sul braccio, il suo addio al celibato.
Foto ormai ingiallite, certo, che gli interessati si sono affannati negli anni a spiegare, ridimensionare e persino sconfessare come ha fatto Bignami chiedendo scusa: "Provo profonda vergogna per quella immagine". Eppure, senza voler fare le analisi del sangue a nessuno, c'è in queste scelte l'indizio di una rivincita cercata, ottenuta e messa in vetrina. Non la legittima rivalsa di un partito finalmente uscito dall'opposizione, ma quella degli ex missini che non devono più "abbassare la testa", non devono più vergognarsi della loro storia.
Un'operazione - cominciata con l'elezione alla seconda carica dello Stato di Ignazio La Russa, leader milanese del Fronte della Gioventù negli anni degli scontri tra rossi e neri - in cui rientra forse anche il ritorno sulla poltrona di sottosegretario al Lavoro del leghista Claudio Durigon. Il quale era stato costretto a dimettersi dopo aver detto a Latina (l'ex Littoria fondata del duce) che "la storia è quella che qualcuno ha voluto cancellare", e dunque "questo nostro parco deve tornare ad essere quel parco Mussolini che è sempre stato". Uno scivolone che con Draghi gli costò il posto, ma col nuovo governo non è più stato un impedimento alla nomina.
E basta leggere le biografie dei 18 viceministri e sottosegretari di Fratelli d'Italia per avere la conferma che quelle nomine premiano una storia antica. Sono tutti, o quasi, ex dirigenti dell'Msi, del Fronte della Gioventù, del Fuan, di Azione Studentesca e, più recentemente, di Azione Giovani, il movimento che Meloni ha guidato dal 2001 al 2009.
Si fatica assai a trovare in queste nomine le tracce dell'innesto sul tronco della destra ex missina di quella cultura moderata di matrice cattolica rappresentata da uno dei tre fondatori di Fratelli d'Italia, Guido Crosetto - che pure oggi ha un posto in prima fila come ministro della Difesa - e si ha piuttosto la sensazione che il candidato-tipo, per la presidente del Consiglio, sia un uomo o una donna con un curriculum che garantisca innanzitutto la fedeltà a un'ideale.
Come Gennaro Sangiuliano, che nonostante la parentesi leghista, non ha mai ripudiato la militanza nel Fronte della Gioventù e nel Movimento sociale. O come Isabella Rauti, forse la più colta delle donne di quel partito, che è figlia di Pino Rauti, l'ex volontario della Rsi e fondatore di Ordine Nuovo che da segretario del Msi non rinnegò mai la sua storia, sostenendo però che il fascismo non era stato di destra ma di sinistra.
Traspare dunque da queste scelte la difficoltà di Giorgia Meloni di trovare una classe dirigente al di fuori di un'area politico-culturale che in fondo è ancora quella dell'Msi. Un partito che però aveva un quinto dei suoi voti.