Decreto anti-rave, una norma liberticida
di Carlo Bonini , di Carlo BoniniNon si è dovuto dunque attendere a lungo per il primo atto liberticida del governo Meloni. Un nuovo "reato di pericolo", quale è il nuovo articolo 434 bis del codice penale ("Invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l'ordine pubblico, o l'incolumità pubblica, o la salute pubblica"), punito in modo "esemplare" con pene fino a sei anni di reclusione e introdotto con decreto in nome di una singolare "necessità e urgenza".
È stato sufficiente inserire i rave party nella già ricca agenda della paura che incatena il Paese, farne un feticcio ad alto rendimento simbolico ed ideologico, dissimulare la falsità del presupposto da cui muoverebbe la decisione (un vuoto normativo che avrebbe impedito di disperdere o impedire i rave, ma che, al contrario, un vuoto non era) e, soprattutto, manipolarne grossolanamente l'obiettivo.
Che non sono, come è evidente dalla lettura del…
Non si è dovuto dunque attendere a lungo per il primo atto liberticida del governo Meloni. Un nuovo "reato di pericolo", quale è il nuovo articolo 434 bis del codice penale ("Invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l'ordine pubblico, o l'incolumità pubblica, o la salute pubblica"), punito in modo "esemplare" con pene fino a sei anni di reclusione e introdotto con decreto in nome di una singolare "necessità e urgenza".
È stato sufficiente inserire i rave party nella già ricca agenda della paura che incatena il Paese, farne un feticcio ad alto rendimento simbolico ed ideologico, dissimulare la falsità del presupposto da cui muoverebbe la decisione (un vuoto normativo che avrebbe impedito di disperdere o impedire i rave, ma che, al contrario, un vuoto non era) e, soprattutto, manipolarne grossolanamente l'obiettivo.
Che non sono, come è evidente dalla lettura della norma, solo le feste musicali autoconvocate a smodato contenuto alcolico e psicotropo, ma qualsiasi forma di "invasione di terreni o edifici commessa da un numero di persone superiore a cinquanta, allo scopo di organizzare un raduno quando dallo stesso può derivare un pericolo per l'ordine pubblico o l'incolumità pubblica o la salute pubblica". Dunque, solo per fare qualche esempio, anche l'occupazione di una scuola o di una università, piuttosto che quella di una fabbrica di sostanze inquinanti, o di una discarica abusiva.
Giocando con la grammatica e i principi del diritto penale come fossero caratteri di un tweet da campagna elettorale, e in ossequio alla rozzezza dialettica del suo riconosciuto campione, Matteo Salvini, quella del "è finita la pacchia", "buttiamo la chiave", la nuova norma, fermo restando il ruolo della magistratura nella sua interpretazione e applicazione, consegna alle forze di polizia un potere discrezionale di intervento molto ampio.
Affidandogli un giudizio soggettivo, come avviene nei reati di pericolo, sulla natura del rischio che un raduno presenterebbe per l'incolumità, l'ordine e la salute pubblica. Nonché misure di prevenzione personale e patrimoniale nei confronti dei partecipanti semplicemente "indiziati" quali quelle previste dal codice antimafia.
Un potere persino superiore - come giustamente fa notare un principe del foro (e non un fulminato dalla techno) come l'avvocato Michele Laforgia - a quello già riconosciuto dal codice di epoca fascista Rocco per "l'adunata sediziosa" (art. 655 del codice penale) e dal Testo unico delle norme di pubblica sicurezza per le manifestazioni non autorizzate.
La nuova norma, dunque, con tutta evidenza, nel dichiarare di voler colpire una forma di raduno illegale peculiare (i rave), allarga potenzialmente l'area della punibilità ad altre forme di "illegalità" non violenta di natura politica e sociale.
Ora, si potrebbe facilmente immaginare cosa avrebbero detto Meloni e Salvini se un reato del genere fosse stato introdotto quando i due soci adesso al governo ispiravano e cavalcavano i raduni No Vax di "disobbedienza civile", evidentemente incompatibili con l'incolumità e la salute pubblica. O se la nuova norma venisse invocata per risparmiare al Paese o alla nazione, come ama dire la premier, lo spettacolo della foresta di braccia tese a Predappio, dove tuttavia l'apologia di fascismo diventa per il neoministro dell'Interno Piantedosi "libera manifestazione del pensiero".
Ma il problema, con tutta evidenza, non è la coerenza di Meloni e Salvini nella difesa delle libertà, degradate ad elastico di mutanda nel momento in cui diventano materia ideologicamente identitaria. Il problema è la arrogante disinvoltura con cui la destra comincia a trafficare con le libertà e i diritti. Che sono patrimonio di una democrazia. E non di un governo. In quanto tale, materia friabilissima.
In questo quadro, il ministro dell'Interno potrebbe teoricamente essere soluzione del problema. Perché argine alle smanie securitarie degli azionisti di maggioranza del governo. Potrebbe e dovrebbe, se solo facesse parte della cultura di questo esecutivo la consapevolezza che quello dell'Interno è il dicastero delle "libertà e dei diritti civili" e non solo della sicurezza e dell'ordine pubblico. Un delicatissimo ingranaggio dell'architettura istituzionale dove la tutela di diritti e libertà, anche apparentemente confliggenti, trova composizione.
Ma questo richiederebbe che alla scrivania che fu di Giolitti sedesse un ministro politico. Possibilmente di provata statura e sensibilità, di capacità di dialogo con le opposizioni. Un ministro di "tutti", ancorché espressione di un esecutivo di parte. La nostra storia repubblicana ne ha avuti, per fortuna.
E si potrebbe per esempio ricordare Giuseppe Pisanu, ministro nel secondo e terzo governo Berlusconi. Quello che ebbe la forza di difendere dall'assalto del suo presidente del Consiglio il tentativo di manomettere la legittimità del voto che lo aveva sconfitto. O Marco Minniti che, con scelte sulle politiche migratorie, per altro condivise dall'allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, nella convinzione che "sicurezza", "legalità" e "libertà" possano trovare un punto di composizione ed equilibrio, non ebbe paura, da uomo di sinistra, di aprire nella sinistra una ferita che ancora dolorosamente la divide.
Bene, non ce ne voglia Matteo Piantedosi, nel dire che nessun tecnico, nessun prefetto della Repubblica prestato alla politica e allo scranno di ministro dell'Interno, figura in questa hall of fame. E che il suo esordio da "uso ad obbedir tacendo" con questa impresentabile norma anti-rave lascia immaginare che anche lui non farà eccezione. Perché se questa è l'aria che tira, l'idea che un "tecnico" al Viminale sarebbe stata "garanzia" contro il ritorno di Salvini è già da considerarsi archiviata.
Se il prefetto Piantedosi non è un ventriloquo, come è purtroppo apparso nella conferenza stampa in pochette a Palazzo Chigi, batta un colpo. Non faccia come nell'estate del 2018, quando da capo di gabinetto offrì al suo dante causa, il Salvini ministro, la gabola normativa per chiudere illegittimamente i porti alle navi delle ong cariche dei migranti che avevano tratto in salvo.
Rimetta mano a quella norma liberticida, dimostrando il coraggio che pure ai prefetti repubblicani non fa difetto, come dimostrano le parole di quello di Modena, Alessandra Cammarota, raccolte dalla nostra Caterina Giusberti dopo lo scioglimento del rave "Witchtech 2k22": "Le conseguenze di un'azione di forza ci avrebbero perseguitato per tutta la vita".