✕

Chi sa riconoscere il vero merito?

Ascolta l'audio

La fortuna ha un posto importante nelle chances della vita
4 minuti di lettura

Il merito è una bufala. Checché se ne dica, rappresenta uno dei più grandi malintesi della contemporaneità. Nessuno d’altronde sa esattamente cosa sia. E anche chi non smette mai di parlarne fatica spesso a darne una definizione rigorosa. È il frutto dell’impegno oppure il riconoscimento degli sforzi fatti indipendentemente dai risultati? È il diritto alla stima sociale oppure una giusta ricompensa che non sempre si ottiene? “Come merito e fortuna siano concatenati, non viene mai in mente agli stolti”, scriveva Goethe. Molto tempo prima che si diffondesse la mania di illudersi che ognuno è artefice del proprio destino, e che tutto ciò che accade dipende da sé indipendentemente dalle condizioni specifiche in cui si nasce, si cresce e si vive, Goethe aveva già messo il dito nella piaga del merito, e intuito la malafede di chi, privilegiato, ha bisogno di credere che il proprio successo sia dovu…

Il merito è una bufala. Checché se ne dica, rappresenta uno dei più grandi malintesi della contemporaneità. Nessuno d’altronde sa esattamente cosa sia. E anche chi non smette mai di parlarne fatica spesso a darne una definizione rigorosa. È il frutto dell’impegno oppure il riconoscimento degli sforzi fatti indipendentemente dai risultati? È il diritto alla stima sociale oppure una giusta ricompensa che non sempre si ottiene? “Come merito e fortuna siano concatenati, non viene mai in mente agli stolti”, scriveva Goethe. Molto tempo prima che si diffondesse la mania di illudersi che ognuno è artefice del proprio destino, e che tutto ciò che accade dipende da sé indipendentemente dalle condizioni specifiche in cui si nasce, si cresce e si vive, Goethe aveva già messo il dito nella piaga del merito, e intuito la malafede di chi, privilegiato, ha bisogno di credere che il proprio successo sia dovuto solo al proprio impegno e alla propria forza di volontà, biasimando chiunque, avendo invece fallito, non dovrebbe fare altro che prendersela con sé stesso. Ma procediamo con ordine. Partendo da una necessaria premessa: sono io la prima che, cresciuta a “pane e merito” e con l’ossessione di essere sempre la “più brava della classe”, ho a lungo creduto che, nella vita, tutto dipendesse dagli sforzi e dalla fatica, e che solamente il merito acquisito e riconosciuto potesse essere la base di una società giusta; sono io la prima che, arrivata in Francia (dove vivo e lavoro da anni), mi sono innamorata dell’égalité de chance, inveendo contro le raccomandazioni e i clientelismi tanto diffusi nel nostro paese. Prima di rendermi conto, a mie spese, di quanta verità ci fosse nelle parole di Georges Canguilhem quando diceva che, dietro i successi sociali, si celano quasi sempre disastri esistenziali. E prima di capire quanto fosse insopportabilmente falso affermare che, nella vita, il successo è la conseguenza del merito.


“La natura fa il merito e la fortuna lo mette in opera”, diceva La Rochefoucauld. E aveva perfettamente ragione. Visto che, nell’esistenza di ciascuno, intervengono prepotentemente la sorte e la fortuna, e sono davvero poche le cose che dipendono da noi. Cosa dire dei talenti e delle doti che non sono opera nostra? E della fortuna (o della sfortuna) di vivere in una società che li premia (oppure li calpesta)? E del destino che si accanisce contro alcune persone negando loro doti, talenti e chances?
Sono certa che in molti staranno pensando che, con queste mie parole, io stia negando il valore dell’art. 34 della Costituzione che riconosce ai più meritevoli, anche se privi di mezzi, il diritto di raggiungere il grado più alti degli studi. Ma non è questo il punto. Anzi. Non nego assolutamente il dovere che ha ogni Stato di permettere a chiunque di studiare e lavorare e vedersi riconoscere gli sforzi fatti. Sto solo provando a dire che l’espressione “i più meritevoli” rischia di essere fuorviante. Anche semplicemente perché, come sa bene chiunque insegni, nessun docente sa come valutare il merito delle proprie alunne e dei propri studenti. Nessuno sa davvero se è legittimo (o meno) valutare male chi fa sforzi immani e che poi, però, non ottiene i risultati sperati, oppure ne ottiene, ma nulla a che vedere rispetto allo studio e agli sforzi che ci sono dietro. Esattamente come nessuno sa come valutare chi, all’opposto, di sforzi non ne fa perché è particolarmente dotato, e anche senza studio e senza fatica ottiene ottimi risultati. Se il merito fosse veramente legato solo ai successi, allora sarebbe ingiusto. Anche un bambino capisce quant’è più facile avere buoni voti quando si nasce in una famiglia in cui la cultura e il sapere li si masticano quotidianamente rispetto a quando si vive in ambienti in cui non c’è nemmeno un libro, i genitori fanno fatica anche solo a dialogare tra di loro, oppure la sera tornano a casa talmente stanchi da non rivolgere alcuno sguardo ai propri figli. E non è tutto. Perché anche chi nasce e cresce in una famiglia che offre spunti, stimoli e mezzi può trovarsi prigioniero dell’ansia da prestazione, può crollare psicologicamente di fronte alle pressioni dei genitori, può non farcela a studiare perché tutte le risorse psichiche e intellettive di cui dispone possono essere utilizzate per sopravvivere: se non si è visti e riconosciuti per ciò che si è, c’è il rischio (non così raro) di non avere nemmeno la forza di rendersi conto che la vita è una chance. E allora puoi avere tutto: intelligenza, bellezza, sensibilità, ricchezza… tutto, tranne la semplice e banale evidenza che vivere è bello.


Ne parlo spesso con le mie studentesse e i miei studenti. Loro che, in Francia, crescono convinti che l’egalité de chance li metta al riparo dalle ingiustizie e dagli abusi. E che poi però, pian piano, si rendono conto che quelle famose chances di ascesa sociale sono una bufala, che quando c’è un esame importante o un concorso chi ha un padre o una madre che paga tutto può prepararlo senza l’ansia dei soldi che mancano per pagare l’affitto, e che talvolta è proprio la fortuna, quella che non guarda in faccia nemmeno chi ha papà e mamma che si occupano di tutto, che determina i risultati. Allora a me sta pure bene che qualcuno obietti che il talento è controverso perché è un dono di cui nessuno ha merito, e che è quindi lo sforzo che dovrebbe essere premiato. Dopodiché, soprattutto se si tratta di un docente, gli vorrei sommessamente chiedere se, quando fa esami, il voto che dà ai suoi studenti è legato agli sforzi fatti, anche in assenza di risultati, oppure ai risultati, anche in assenza di sforzi. E un discorso simile vale ovviamente anche nei contesti lavorativi. Chi si vuole assumere? Una persona capace o una persona meritevole perché si è sacrificata anche se meno capace? E se i più capaci, quando c’è un colloquio o un concorso, sono bloccati in treno da un guasto o in macchina da un incidente? Lo so bene che rimettere la fortuna al centro dei dibattiti è irritante. Ma non riconoscere il peso della chance significa negare la realtà. E spesso, chi la nega, lo fa con presunzione. Ma come notava già Leopardi, è sempre così che succede: “È curioso vedere che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono prese come indizio di poco merito”.