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Giorgia Meloni in Europa: la tregua armata con Bruxelles

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L'unico fatto che la premier ha potuto esibire è stato proprio l'aver scelto la capitale europea come prima missione fuori dai confini nazionali. Si tratta di un gesto simbolico, ma è importante, perché indica una priorità politica
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Giorgia Meloni è andata a Bruxelles per spiegare ai tre leader delle istituzioni europee che "non siamo marziani", che l'estrema destra arrivata alla guida dell'Italia non intende fare sfracelli, né tanto meno pensa di affondare la barca della Ue su cui, come gli altri, sta cercando di sopravvivere alla tempesta scatenata da Putin.

I presidenti di Commissione, Consiglio e Parlamento hanno sorriso e sicuramente preso debita nota. Ma come sempre a Bruxelles, per usare un'espressione romanesca cara alla presidente del Consiglio, le chiacchiere stanno a zero. Quello che conta sono i fatti.

E l'unico fatto che Giorgia Meloni ha potuto esibire è stato proprio l'aver scelto la capitale europea come prima missione fuori dai confini nazionali. Si tratta di un gesto simbolico. Ma è un gesto importante, perché indica una priorità politica. Non è andata a Kiev, dove pure era stata invitata. Non è andata …

Giorgia Meloni è andata a Bruxelles per spiegare ai tre leader delle istituzioni europee che "non siamo marziani", che l'estrema destra arrivata alla guida dell'Italia non intende fare sfracelli, né tanto meno pensa di affondare la barca della Ue su cui, come gli altri, sta cercando di sopravvivere alla tempesta scatenata da Putin.

I presidenti di Commissione, Consiglio e Parlamento hanno sorriso e sicuramente preso debita nota. Ma come sempre a Bruxelles, per usare un'espressione romanesca cara alla presidente del Consiglio, le chiacchiere stanno a zero. Quello che conta sono i fatti.

E l'unico fatto che Giorgia Meloni ha potuto esibire è stato proprio l'aver scelto la capitale europea come prima missione fuori dai confini nazionali. Si tratta di un gesto simbolico. Ma è un gesto importante, perché indica una priorità politica. Non è andata a Kiev, dove pure era stata invitata. Non è andata a Varsavia, dove governano i suoi compagni di partito euroscettici. Non è andata neppure alla Nato per sottolineare una fedeltà atlantica disgiunta da quella europea.

È venuta a incontrare l'Europa e a cercare di calmare le diffidenze e i timori che hanno accompagnato la sua vittoria. Una scelta che non era scontata e che sia la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sia la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, hanno apprezzato e sottolineato.

È bastato questo gesto per dissipare i timori europei? Certamente no. Lo dimostra il fatto che nessuna delle tre istituzioni comunitarie ha voluto compromettersi con una conferenza stampa congiunta dopo l'incontro. Troppo alti sono ancora i rischi di lasciare emergere divergenze e dissidi che, per il momento, nessuno vuole sottolineare. Come quello riguardante la questione dei migranti. Meloni ha spiegato che, sul tema, le priorità dell'Italia "sono cambiate" e ora "vanno alla difesa dei confini esterni della Ue".

Dice anche di aver trovato, nei palazzi europei, "orecchie disponibili all'ascolto". Ma, come altri suoi predecessori della medesima area politica, equivoca volutamente tra la necessità di difendere le frontiere esterne, che tutti in Europa condividono, e l'obbligo, morale e giuridico, di salvare i naufraghi in alto mare, al quale il suo governo sembra volersi sottrarre e che è stato ancora una volta ribadito dal portavoce della Commissione europea.

Insomma, Giorgia Meloni si è presentata a Bruxelles inalberando bandiera bianca. Non come un nemico che si arrende, ma come un avversario che vuole trattare una tregua armata. E come tale è stata accolta. Visto dai palazzi comunitari, il "problema Meloni" è infatti abbastanza semplice, ed è stato spiegato senza mezzi termini alla presidente del Consiglio.

Se il nuovo governo manterrà fede agli impegni di riforme e di gestione del bilancio presi con l'Europa dal precedente governo di Mario Draghi in cambio dei fondi europei, e se non scivolerà sulla tutela dello stato di diritto, come hanno fatto i suoi amici in Ungheria e Polonia, tutto filerà liscio. In caso contrario, come ha già pubblicamente spiegato Ursula von der Leyen, la Ue ha gli strumenti per intervenire e non esiterà a farlo.

La premier italiana si è mostrata rassicurante, anche se non sappiamo come abbia giustificato il rinvio della riforma della Giustizia varata dal precedente governo e parte integrante degli accordi firmati da Draghi a Bruxelles. O come abbia dissipato le ombre illiberali che gravano sul frettoloso decreto contro i rave party, o quelle xenofobe che accompagnano il rifiuto di far attraccare le navi cariche di naufraghi raccolti in mare.

Per un governo che ha solo pochi giorni di vita, sono già scostamenti importanti dall'ortodossia europea. E dal suo primo viaggio ufficiale nei palazzi comunitari Giorgia Meloni ha avuto modo di capire che d'ora innanzi, a Bruxelles, quando si parla di Italia nessuno, per amor di quieto vivere, cederà alla tentazione di guardare dall'altra parte.