Cosa vuol dire vincere, e quanto costa? Cosa costa. Una gara una guerra una campagna elettorale. Un’olimpiade di ginnastica, un conflitto planetario, un posto da presidente di Regione in Lombardia. Un primato in classifica dei libri, delle serie tv. Sì, lo so. Troppa carne al fuoco così confondi le idee, scegli di cosa parlare bisogna comunicare in modo semplice: sono storie diverse, è un cesto di merce disuguale, disorienta. Non vedi che il messaggio deve essere semplice per funzionare? La pacchia, le banane. Chi perde rosica: quanto rosicate? Si fa così. Si parla così a questo gioco. Se non ti piace, esci. Hai già perso, se esci. Eppure mi pare che valga ancora la pena chiedersi, sempre: perso cosa? Vinto cosa?
Cosa vuol dire vincere, e quanto costa? Cosa costa. Una gara una guerra una campagna elettorale. Un’olimpiade di ginnastica, un conflitto planetario, un posto da presidente di Regione in Lombardia. Un primato in classifica dei libri, delle serie tv. Sì, lo so. Troppa carne al fuoco così confondi le idee, scegli di cosa parlare bisogna comunicare in modo semplice: sono storie diverse, è un cesto di merce disuguale, disorienta. Non vedi che il messaggio deve essere semplice per funzionare? La pacchia, le banane. Chi perde rosica: quanto rosicate? Si fa così. Si parla così a questo gioco. Se non ti piace, esci. Hai già perso, se esci. Eppure mi pare che valga ancora la pena chiedersi, sempre: perso cosa? Vinto cosa?
Sempre, al fondo di ogni questione, c’è la domanda: è meglio vincere o convincere? Bisogna fare quello che si ritiene giusto anche se costa fatica conflitto e tappe di sconfitta o quello che conviene subito, che va all’incasso ora e pazienza per dopo. In altre parole: vale più l’identità o il risultato? Il consenso si insegue o si suscita? È l’algoritmo, è il sondaggio che decide chi siamo e cosa dobbiamo volere o siamo noi che con un’idea chiara possiamo governare l’algoritmo, ribaltare il sondaggio e non esserne succubi?
Passo agli esempi, è più semplice. Può darsi che Letizia Moratti, come dicono, sia l’unica in grado di sconfiggere il leghista Fontana in Lombardia. Può darsi perciò che alla sinistra convenga vincere, e sostenerla: battere la destra con una candidata di destra è un’idea interessante. Magari funziona. Ma quanto costa, in termini di identità, alla sinistra? Cosa capisce di una manovra così l’elettorato sincero, appassionato, radicato in un’idea di mondo agli antipodi dell’altra: quel che resta di un popolo in disarmo già provatissimo dagli anni trascorsi in strategie per restare comunque al potere. Pierfrancesco Maran, quarantenne, assessore alla Casa e al Piano quartieri di Milano, scrive: “Non si dimette mai nessuno. Si cancellano primarie e spazi di competizione, si guarda torvi chi ha consenso sul territorio come se fosse una colpa. Sono le sfide e non la cooptazione che formano i gruppi dirigenti”. Questo. La cooptazione. Le quote. L’inclusione decisa in base agli equilibri di corrente e di alleanza.
Ha scritto qui Francesco Piccolo, a proposito del “dibattito di idee” sulla sconfitta della sinistra. Quello che sta succedendo è semplice: “Niente”. Sono asserragliati al Nazareno, la fortezza Bastiani in cui si aspetta primavera per il congresso: con calma. Ha scritto Michele Serra: non mancano le idee, mancano i gesti. Mancano le persone, aggiungo. Manca il coraggio di fare piazza pulita di una lunghissima stagione in cui l’identità è stato il prezzo che si è pagato pur di restare al potere: sempre di meno, vincere a congresso anche in una cabina del telefono va bene. Del resto, neppure le cabine del telefono esistono più. Se una cosa dice la vittoria (minoritaria nel Paese) di Giorgia Meloni, nata anche dall’astensionismo di chi non è andato a votare perché non aveva per chi farlo, è questa: se hai un’identità, difendila. Ci vorrà tempo, ma paga.
Non sono i lettori a fare i giornali: sono i giornali – erano, con la loro idea di senso – a generare lettori. Non sono gli editor a fare i bestseller, altrimenti ogni casa editrice ne avrebbe a decine. Non è l’algoritmo della piattaforma multinazionale a generare un capolavoro del cinema: è l’ostinazione di un produttore, se avete visto The Offer, a decidere che lo sconosciuto esordiente Al Pacino debba fare Il Padrino, che cambierà per sempre la nostra fantasia. La domanda non si insegue, si suscita: nessuno ha mai cambiato la storia prendendo il numero alle Poste. È scartare di lato, pensare quel che ancora non c’è: questo, insegna il telefono che avete in mano, ha fatto chi ha cambiato la storia dei desideri. C’è un’idea, alla base di ogni grande storia: ci sono persone con idee e i loro gesti. Scelte. Ostinazione, coraggio, pazienza.
Le giovanissime della ginnastica che vincono le gare nel mondo, orgoglio nazionale, a prezzo di cosa vincono? L’omertà che circonda il sistema della manipolazione dei corpi, l’idea di corpo, la tirannia del risultato cosa dice ai bambini che si affacciano al campo di gioco della vita? È quello il luogo – il metodo - dove si costruisce l’eccellenza, a proposito di merito? È il ricatto, la violenza? Certo, è chiaro: nella danza, nella ginnastica, la costituzione fisica e la disciplina sono necessarie all’impresa: non è cosa nuova. Devi essere magrissima. Ma poi è di Luisa, la ragazza forzuta di Encanto, il cartone, che tutte le ragazzine del mondo volevano il pupazzo e non ce n’erano, perché era grossa e l’algoritmo ne aveva fatti pochi: “La pressione sale, sento il peso dell’aspettativa su di me, vorrei sentirmi in pace”, dice la sua canzone. Lin-Manuel Miranda, un altro che non credo controlli cosa funziona, quando si mette al lavoro. Lo determina. È vero che la guerra in Ucraina costa. Ci costa. Scriveva ieri Francesca Mannocchi che stanca l’opinione pubblica perché si paga in bollette del gas. Ma la giustizia? Esiste pace senza giustizia? Esiste vittoria senza sacrificio di qualcosa di proprio? Non è coraggio quello che non costa niente, che anzi rende in popolarità sull’onda del giorno. Non è quando hai mille e dai dieci, che vale. È quando hai dieci e dai tutto: chi sei tu, qual è la tua proposta, a che prezzo sei disposto a difenderla. Perché magari perdi, così. Soccombi nell’impresa ma dopo, forse, l’orizzonte si sposta. Qualcuno tira quel filo e il mondo cambia. I greci, del resto, avevano già detto tutto. Non erano su Twitter, è vero. Ma, chissà come, avevano capito.