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Cosa raccontano i miti scomodi

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Bones and all, il film di Guadagnino, esce il 23 novembre: l'antropofagia torna a essere una metafora dell'esistenza
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Bones and all, il nuovo film di Luca Guadagnino (esce in sala il 23 novembre) racconta una storia d'amore tra un ragazzo e una ragazza accomunati - non sono i soli - da una caratteristica che li emargina e regala loro un punto di vista privilegiato sull'umanità. Sono antropofagi. Mangiano gli esseri umani. Bones and all è un racconto di formazione ed è un road movie, commuove e diverte, soprattutto commuove. Inquieta e perturba, e ancora commuove. Basterebbe questo riuscire a far rimanere sospesi sulla soglia delle lacrime, basterebbe questa possibilità di accendere il ricordo della propria adolescenza e inadeguatezza al mondo per dire che Bones and all è un film bellissimo e tacere, dismettere, qualsiasi tentativo di interpretazione o metafora.

Bones and all, il nuovo film di Luca Guadagnino (esce in sala il 23 novembre) racconta una storia d'amore tra un ragazzo e una ragazza accomunati - non sono i soli - da una caratteristica che li emargina e regala loro un punto di vista privilegiato sull'umanità. Sono antropofagi. Mangiano gli esseri umani. Bones and all è un racconto di formazione ed è un road movie, commuove e diverte, soprattutto commuove. Inquieta e perturba, e ancora commuove. Basterebbe questo riuscire a far rimanere sospesi sulla soglia delle lacrime, basterebbe questa possibilità di accendere il ricordo della propria adolescenza e inadeguatezza al mondo per dire che Bones and all è un film bellissimo e tacere, dismettere, qualsiasi tentativo di interpretazione o metafora.


Però è impossibile. Bussano alla porta altri riferimenti, altri ricordi, torna l'esercizio ad amare le cose con la testa dopo o prima di averle amarle col cuore, a convincersi che nel corpo stanno entrambi, cuore e testa, ed è col corpo che si ama ed è inutile fare la differenza. L'amore è sempre una faccenda politica. Non conosco - ha dichiarato spesso Luciana Castellina - una persona innamorata di una idea che non abbia amato prima un'altra persona.


Che l'antropofagia sia un tema politico è evidente da Una modesta proposta (1729) dove Swift risolve in un sol colpo il problema del mantenimento della prole nelle famiglie indigenti e contemporaneamente il problema della mancanza di carne sulle tavole delle famiglie abbienti: mangiamo i bambini poveri! Nel nostro mondo dove le risorse scarseggiano, e dove l'ultima risorsa naturale disponile sembriamo essere noi - che abbiamo consumato tutte le altre - Guadagnino racconta la storia di due antropofagi in giro su un pick-up nel Paese simbolo dello spreco delle risorse: gli Stati Uniti d'America. Scegliendo l'America e l'antropofagia, Guadagnino fa due cose, o così mi pare: segnala quanto chi vive e frequenta gli Stati Uniti sia in grado di raccontare e criticare il tempo presente (noi, in Italia, riusciamo poco, raccontiamo, analizziamo e critichiamo il passato, il Ventennio, soprattutto), e sottolinea quanto, mancando il tempo per i sentimenti, torni prepotente e non metaforica la fame: sentimento primigenio attraverso il quale conosciamo gli altri. Fino all'osso.


Dopo Swift, si affaccia dunque Knut Hamsun che nel suo Fame (1890) narra della vita stenta di un giovane scrittore sfortunato la cui unica compagna di strada è la fame che è pure l'unica droga che può permettersi. Mancanza di risorse e desidero di alterazione, due questioni che attanagliano ciascuno di noi. La soluzione, e se non la soluzione l'effetto, è sempre la fame.


L'ultima scrittura che bussa alla porta è di Clarice Lispector che nel racconto La donna più piccola del mondo (in Legami familiari, 1960) scrive che l'obiettivo di tutta la vita, per ciascuno di noi, è non essere mangiati. Cosa sulla quale concordo. Anzi, concordavo, prima che Guadagnino in Bones and all ribaltasse questa asserzione che credevo incontrovertibile. Non scrivo come lo fa perché significherebbe anticipare ciò che da subito chi guarda il film crede di sapere e dunque teme.


Il mito, e l'antropofagia ne è una declinazione, geometricamente funziona come una luce sul soffitto. Proietta un cono, nel quale ricade sia la statistica sia ciò che è fuori statistica, sia ciò che percepiamo come normalità, sia ciò che pensiamo come patologia. Così, per cercare di abbracciare il mondo, e abbracciandolo, misurarlo e dunque comprenderlo è necessario tornare ai miti. Poiché il lato di certi miti eroici è affollato, le fasce di certe croci uncinate col loro strascico di miti di purezza tornano nelle foto di cronaca, che la sinistra si affacci dal lato di miti scomodi che consentono però di raccontare il presente. E dunque di tentare di interpretarlo.