All'inizio dell'Ottocento il poeta francese Alphonse de Lamartine definiva crudamente l'Italia "una terra di morti". Si riferiva all'aspetto politico, e non aveva torto. Per tre secoli, dalla fine del XV all'inizio del XIX, la penisola politicamente è stata come morta. Lo sapeva anche il ventenne Giacomo Leopardi che in una lirica composta più o meno negli stessi anni confermava, con più garbo, il concetto: "Vedo le mura e gli archi e le colonne e i simulacri e l'erme Torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo...". Questo però riguarda l'aspetto politico. Per altro verso, questa terra ha dato vita o ospitato il più smisurato insieme d'opere d'arte del pianeta. Il clamoroso ritrovamento di San Casciano ne è l'ennesima conferma - e certo non sarà l'ultima. In questo squilibrio tra un patrimonio immenso e un'insignificante storia politica, militare ed economica, c'&…
All'inizio dell'Ottocento il poeta francese Alphonse de Lamartine definiva crudamente l'Italia "una terra di morti". Si riferiva all'aspetto politico, e non aveva torto. Per tre secoli, dalla fine del XV all'inizio del XIX, la penisola politicamente è stata come morta. Lo sapeva anche il ventenne Giacomo Leopardi che in una lirica composta più o meno negli stessi anni confermava, con più garbo, il concetto: "Vedo le mura e gli archi e le colonne e i simulacri e l'erme Torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo...". Questo però riguarda l'aspetto politico. Per altro verso, questa terra ha dato vita o ospitato il più smisurato insieme d'opere d'arte del pianeta. Il clamoroso ritrovamento di San Casciano ne è l'ennesima conferma - e certo non sarà l'ultima. In questo squilibrio tra un patrimonio immenso e un'insignificante storia politica, militare ed economica, c'è come un'indicazione di destino che, si potrebbe pensare, anche i nostri giorni confermano.
La nostra è una terra dove per secoli ci si è dilaniati tra vicini dopo la caduta di quel miracolo politico che è stato l'Impero romano, e dove - anche per questo - non c'è borgo, non c'è lembo di territorio che non conservi una qualche insigne traccia della volontà di eccellere per volontà del Signore locale. Fosse anche solo una torre, un porticato, una cattedrale, una tomba. Ho avuto occasione di far notare tempo fa che se si toglie Parigi alla Francia e Londra all'Inghilterra resta certo qualcosa - ma si tratta appunto di qualcosa. Se si toglie Roma all'Italia resta un mondo e di Roma ci si potrebbe quasi dimenticare data l'ampiezza, la qualità, del resto. Terra di morti, dunque, ammettiamo che Lamartine aveva ragione, ma solo parzialmente: gli sfuggiva un ulteriore e ugualmente importante aspetto della questione. Tra l'altro parliamo di morti che qualche volta tornano alla luce, per non dire in vita, testimoni eloquenti di ciò che è stato.
Gli archeologi faranno le loro valutazioni, ci diranno il valore assoluto e relativo dell'ultima clamorosa scoperta; a noi persone comuni spetta un altro compito: imparare a valutare meglio, ad apprezzare, di quale pezzo di pianeta siamo cittadini. Non è passato molto tempo da quando il nostro passato giaceva ancora sottoterra, gli antichi sarcofagi servivano alle mandrie come abbeveratoio, imponenti ruderi classici venivano utilizzati come muri di controspinta per miseri tuguri. Deriva da questa vasta, prolungata negligenza la quantità di errori e di orrori perpetrati quando un po' di benessere ha favorito lo scempio di vaste zone del territorio. Posso citare un aneddoto personale. Parecchi anni fa in occasione di una visita professionale ad Agrigento, chiesi al sindaco com'era stato possibile lasciar costruire quelle decine di casette fin quasi a soffocare i magnifici templi della Magna Grecia. Mi rispose con malinconia: "Ci mancò la cultura".
Aveva ragione il sindaco: mancò la cultura, non solo ad Agrigento. Se c'è un insegnamento che può venire da San Casciano, a parte ogni considerazione storica e archeologica, è l'invito ad aprire gli occhi, a saper vedere, perché guardare non basta. Ad imparare, possibilmente, il rispetto per ciò che ci sta intorno.