Nella neo lingua della destra trumpiana le bugie si chiamavano "fatti alternativi". Un termine - Alt-Facts - coniato da Kellyanne Conway, consigliera dell'allora presidente Usa. Ed è proprio un alt-fact quello spacciato ieri (martedì 8 novembre) dal governo italiano a proposito della conclusione della vicenda dei mille naufraghi "sequestrati" sulle navi delle Ong.
Nessuna vittoria, nessuna "aria cambiata", nessuna linea della fermezza, ma soltanto il solito vecchio film: migranti tenuti qualche giorno in mare, faccia feroce contro i più deboli e, infine, l'inevitabile conclusione sulla base delle leggi internazionali, delle leggi italiane e della Costituzione.
Ovvero, lo sbarco di tutti i salvati dalle Ong (tutti, compreso il "carico residuale" secondo l'infelice definizione del ministro dell'Interno). Una parte, è vero, dirottati sulla Ocean Viking nel porto di Marsiglia, ma solo per gentile concessione del presidente Macron, che in questo modo ha tolto ai nostri sovranisti alle vongole l'alibi vittimistico della cattiva Europa contro la povera Italia.
Il risultato è che, ad appena due settimane dall'insediamento, il governo italiano si ritrova già ai ferri corti con le istituzioni europee. Con la portavoce della Commissione che bacchetta Roma ricordando al Viminale e a palazzo Chigi che non aprire i porti ai soccorsi in mare è "illegale". Punto.
Cade così in un pomeriggio tutto il castello da azzeccagarbugli messo in piedi in maniera disordinata dal governo. La selezione tra gli arrivi, con la discriminazione tra i pochi salvati e gli altri poveretti lasciati nella disperazione sui ponti delle navi, oltre a essere disumana e a ricordare pratiche orrende del passato, era dunque anche illegale e anticostituzionale. Lo ha ricordato su queste pagine il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick, ma bastava uno studente del primo anno di Giurisprudenza per capirlo.
Tutti gli espedienti per fermare nei porti i naufraghi si sono presto rivelati per quelli che erano, soltanto trucchi per mettere in scena lo spettacolo intitolato "Linea Dura". Una trita rappresentazione a uso del pubblico nazionale, giacché quello europeo ha problemi più seri a cui pensare.
Basta chiedere ai tedeschi, che danno asilo a un milione e mezzo di rifugiati, contro gli scarsi 200 mila italiani. Oppure Meloni potrebbe domandare al suo amico e collega polacco Mateusz Morawiecki, che ospita un milione e 400 mila ucraini scappati dalle bombe di Putin.
Il senso di questa settimana è dunque duplice. Sul piano interno il governo di destra non si muove dal solco tracciato quattro anni fa da Salvini al Viminale: tenere qualche giorno in mare i migranti, criminalizzare gli equipaggi che soccorrono i naufraghi, alimentare la narrativa cattivista, infine arrendersi e far sbarcare tutti.
È una propaganda che funziona sui social, almeno sul breve periodo. Ed è utile a distrarre l'opinione pubblica dalla vera priorità che è quella di trovare una soluzione alle tre crisi - energetica, economica e sociale - che si stanno intrecciando l'una con l'altra.
Il governo non ha risorse per dare seguito alle promesse su fisco, pensioni, crescita economica. Le categorie se ne stanno accorgendo - vedi il nervosismo crescente di sindacati e Confindustria - ma intanto lo spauracchio dei mille neri tenuti a bagnomaria riempie i Tg e alimenta le varie "bestie" digitali dei leader della maggioranza.
Sul piano europeo invece il passo falso è evidente. Partita quasi in sordina, sulla scia di Draghi, nel rispetto formale delle istituzioni europee (omaggiate da Meloni con la prima visita all'estero), la presidente del Consiglio è andata subito a fare un frontale con Bruxelles.
Proprio alla vigilia della delicatissima trattativa, quella sì davvero cruciale per gli interessi nazionali, sulla riforma del Trattato di stabilità. In cui l'unico alleato forte da ingraziarsi e con cui costruire un'alleanza sarà il presidente Macron. Presentare l'ingresso della Ocean Viking a Marsiglia come una vittoria italiana contro l'egoista Parigi non è proprio il modo migliore per farsi amare in Francia.
È giusta la battaglia italiana per riformare il Trattato di Dublino, che carica solo sugli Stati di primo ingresso l'onere di provvedere a chi arriva ai confini europei, ma per farlo occorrerebbe trovare alleati e non farsi mettere dietro la lavagna alla prima prova.
Prendersela con l'Europa può forse pagare in campagna elettorale, difficilmente porta frutti quando si è al governo. Sarebbe meglio trattare e guadagnare risultati tangibili. Come fecero Draghi e Lamorgese, quando a giugno scorso venne firmato da 21 Stati europei il meccanismo volontario di solidarietà per redistribuire i richiedenti asilo nel Continente e alleviare il peso dalle spalle dei Paesi di primo ingresso come l'Italia.
Tutto il contrario di quello che fece il governo Berlusconi II nel 2003, firmando a occhi chiusi il Trattato di Dublino nella parte in cui imponeva alle Nazioni di primo arrivo l'obbligo di occuparsi dei migranti, bloccandoli all'interno dei propri confini. Meloni all'epoca non era al governo, ma se non ci crede può farselo spiegare dal suo sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano. All'epoca era proprio al Viminale come sottosegretario e qualcosa se la potrebbe ancora ricordare.