La disumanità precipita nell’irrazionalità. Gli errori commessi da Giorgia Meloni in queste due settimane e in particolare nel rapporto con un alleato storico e tradizionale come la Francia, non sono gravi. Sono drammatici. Rappresentano il modo peggiore per difendere l’interesse nazionale. Sono anzi il modo migliore per rendere la nostra “nazione” piccola. Infinitamente piccola e debole.
Se qualcuno di questa destra inconsapevole al governo invocava la discontinuità con Mario Draghi, di certo da ieri l’ha avuta. E’ un cambio di rotta che ci porta fuori dal gruppo di comando, ci espelle dai centri decisionali. Ci isola in una sorta di autarchia dell’irresponsabilità. Una situazione con pochi precedenti. Ognuno dei quali, però, ha sempre costretto il Quirinale a svolgere un ruolo di supplenza in politica estera.
Questa volta, però, ci troviamo dinanzi ad un elemento ulteriore: quello personale. I …
La disumanità precipita nell’irrazionalità. Gli errori commessi da Giorgia Meloni in queste due settimane e in particolare nel rapporto con un alleato storico e tradizionale come la Francia, non sono gravi. Sono drammatici. Rappresentano il modo peggiore per difendere l’interesse nazionale. Sono anzi il modo migliore per rendere la nostra “nazione” piccola. Infinitamente piccola e debole.
Se qualcuno di questa destra inconsapevole al governo invocava la discontinuità con Mario Draghi, di certo da ieri l’ha avuta. E’ un cambio di rotta che ci porta fuori dal gruppo di comando, ci espelle dai centri decisionali. Ci isola in una sorta di autarchia dell’irresponsabilità. Una situazione con pochi precedenti. Ognuno dei quali, però, ha sempre costretto il Quirinale a svolgere un ruolo di supplenza in politica estera.
Questa volta, però, ci troviamo dinanzi ad un elemento ulteriore: quello personale. I toni usati dal governo italiano nei confronti dell’Eliseo e della disponibilità francese ad ospitare alcuni dei migranti respinti in Sicilia non stanno solo aprendo una crisi diplomatica tra i due Paesi, ma hanno compromesso i rapporti diretti tra Macron e Meloni. Pensare di poter spiegare la mossa francese a fini propagandistici come il risultato della “linea dura” italiana non è solo il segno di una puerilità identitaria ma significa soprattutto non essere consapevoli di come si gestiscono i rapporti tra Stati. Tralasciando per il momento la circostanza che l’Italia viene considerato un “caso” nell’Ue per la sua vicinanza alla Polonia e all’Ungheria sul piano dei diritti, quel che è accaduto nelle ultime 48 ore vuol dire non essere coscienti della situazione e dei nostri limiti. Perché semplicemente la nostra “nazione” non è abbastanza forte per fare da sola e per imporsi. Non lo sono nemmeno la Francia e nemmeno la Germania. Ma noi di più: basta andare a controllare i dati sul debito pubblico e sull’esposizione energetica. La “pacchia è finita” è solo uno slogan, che va bene in alcune piazze di esaltati o in qualche trasmissione televisiva.
Il governo di destra-centro ha così voluto sventolare la bandiera dell’identità nazionale su una vicenda peraltro numericamente ridotta senza coglierne le conseguenze. Che saranno gravissime. A cominciare dalla questione migranti. L’Italia a questo punto rischia l’isolamento totale. L’accordo della scorsa primavera per la redistribuzione volontaria è stata disdetto dalla Francia e difficilmente verrà rispettato dagli altri 10 partner europei. Compresa la Germania. Nessuno vorrà approvare definitivamente la riforma del diritto d’asilo presentata dalla Commissione Ue e che costituiva un passo in avanti per le nostre necessità. Anche perché nel frattempo, soprattutto a est, hanno dovuto fare i conti con milioni di rifugiati ucraini. I numeri dei nostri sbarchi sono considerati irrisori. Esito: saremo ancora più soli. Primo bel capolavoro.
Ma non è finita. Perché le ripercussioni ci investiranno come una specie di sciame sismico. L’Italia, ad esempio, si troverà a fare i conti con l’attuazione del Pnrr. Davvero qualcuno a Palazzo Chigi può pensare che gli esaminatori di Bruxelles saranno più accondiscendenti quando a gennaio dovranno verificare il raggiungimento degli obiettivi per stanziare una nuova tranche di fondi? E il Consiglio europeo, di cui fa parte Macron, sarà comprensivo se e quando Meloni chiederà di modificare il nostro Piano di riforme?
Da ieri, poi, si è aperta la discussione sulla riforma del Patto di Stabilità. E’ inutile girarci intorno: quella proposta ha un sottotitolo. Si chiama “Debito pubblico italiano”. Sarà allora più semplice o più difficile arrivare a nuove regole più adatte ai nostri conti pubblici con l’ostilità di Parigi e probabilmente la diffidenza di Berlino? L’esecutivo europeo ascolterà più le ragioni di Meloni o quelle di Macron e Scholz?
E ancora: il prossimo 24 novembre si negozieranno a Bruxelles le misure sul mercato dell’energia. In sostanza sul tetto al prezzo del gas su cui l’Italia insiste da tempo. Ci ascolteranno di più o di meno? E su questo terreno come reagirà la Francia che è il nostro secondo fornitore di energia elettrica coprendo circa il 5 per cento del fabbisogno nazionale? Non è una fase tranquilla dal punto di vista dell’indipendenza e dell’autarchia energetica.
Il punto è che l’interesse nazionale non finisce a Entreves, davanti al Traforo del Monte Bianco. Quel mondo lì è finito da tempo. Non solo perché esiste l’Unione europea ma soprattutto perché la globalizzazione ha ricalibrato tutti i rapporti di forza. Tutelare gli interessi dei cittadini significa condividerli con gli alleati. E trattare le migliori condizioni anche una volta passato il confine geografico. Da soli siamo destinati a perdere, o peggio a soccombere.
Il 16 giugno scorso Draghi, Macron e Scholz viaggiarono insieme verso Kiev in treno. Era la prova plastica e fotografica che la locomotiva europea poteva essere composta da tre motori. La Germania e la Francia vollero il premier italiano per la sua autorevolezza. E perché capivano che senza l’Italia, in quel momento, sarebbero stati più deboli. Era il “Triangolo” europeo. L’attuale governo ci fa sta facendo compiere un salto indietro. Ad un’Italia emarginata, considerata residuale, periferica rispetto alle decisioni importanti. Esattamente il risultato opposto della propaganda nazionalista autoreferenziale di questa destra. Non è la prima volta. Una condizione analoga l’abbiamo vissuta nel biennio 2010-2011 con il governo Berlusconi e nel 2018 con il governo gialloverde di Giuseppe Conte. In entrambi i casi l’Italia venne salvata dalla saggia supplenza in politica estera del Quirinale. E’ inevitabile allora che Mattarella torni ad essere il primo referente degli alleati responsabili. Della Francia, della Germania, dell’Ue. E anche degli Usa. Dopo la mancata avanzata di Donald Trump alle elezioni americane di Midterm. In diplomazia servono anni per costruire rapporti, un minuto per distruggerli. Giorgia Meloni non ha avuto tanto tempo ma ha già utilizzato diversi minuti.