Il nuovo galateo
di Luca Ricolfi , di Luca RicolfiÈ bastato che Giorgia Meloni desse indicazioni di chiamarla “il” presidente del Consiglio, anziché “la” presidente del Consiglio, per scatenare critiche, battute, ironie, e naturalmente anche condivisioni. Curiosamente, le medesime persone che (giustamente) difendono il diritto dei trans di farsi chiamare con il nuovo nome e il nuovo genere, contestano a Giorgia Meloni la scelta di usare il genere maschile nelle comunicazioni ufficiali (una scelta, peraltro, identica a quella della nostra Costituzione, che ovunque utilizza il maschile per indicare il ruolo, indipendentemente dal genere della persona che lo ricopre). Ancora più curiosamente, è accaduto che il sindacato dei giornalisti Rai sia sceso in campo contro l’uso del maschile, annunciando che non rispetterà le indicazioni aziendali, favorevoli a recepire la scelta di Giorgia Meloni. Poi, finalmente, e molto saggiamente, è arrivato il liberi tutti: “per…
È bastato che Giorgia Meloni desse indicazioni di chiamarla “il” presidente del Consiglio, anziché “la” presidente del Consiglio, per scatenare critiche, battute, ironie, e naturalmente anche condivisioni. Curiosamente, le medesime persone che (giustamente) difendono il diritto dei trans di farsi chiamare con il nuovo nome e il nuovo genere, contestano a Giorgia Meloni la scelta di usare il genere maschile nelle comunicazioni ufficiali (una scelta, peraltro, identica a quella della nostra Costituzione, che ovunque utilizza il maschile per indicare il ruolo, indipendentemente dal genere della persona che lo ricopre). Ancora più curiosamente, è accaduto che il sindacato dei giornalisti Rai sia sceso in campo contro l’uso del maschile, annunciando che non rispetterà le indicazioni aziendali, favorevoli a recepire la scelta di Giorgia Meloni. Poi, finalmente, e molto saggiamente, è arrivato il liberi tutti: “per come la vedo io, potete chiamarmi come credete, anche Giorgia”. Questione chiusa.
Questo non significa che la guerra dei pronomi sia finita. Se guardiamo a quel che accade in paesi come gli Stai Uniti, e più in generale in quelli di lingua inglese, ci rendiamo conto che quel che succede in Italia oggi è appena un piccolo assaggio di quel che potrebbe succedere in futuro.
Per ora, nel nostro Paese, le discussioni e i conflitti su pronomi e desinenze sono molto vivaci in alcuni ambiti (burocrazie, social media, attivisti, intellettuali) ma hanno un impatto estremamente modesto sulla vita reale, e sono praticamente assenti negli strati popolari. Non così nel mondo anglosassone. Lì sono in atto tre processi di notevole impatto sociale.
Il primo è la proliferazione di pronomi con cui le persone non binarie (che non si sentono né maschio né femmina) richiedono di essere chiamate. Al posto di he (lui) e she (lei) sta sorgendo una pletora di nuovi pronomi, ciascuno con le sue declinazioni. Non solo il cosiddetto they singolare, con tutte le sue declinazioni (them, their, theirs, themself), ma anche xe, ze, zie, per, ve, ae, ey eccetera (vi risparmio le declinazioni).
Il secondo processo è l’adozione da parte delle istituzioni (specie scolastiche e universitarie) di regole per garantire il diritto di ciascuno di essere chiamato con i pronomi preferiti. Da tempo, ad esempio, in diverse università americane si pretende che il docente chieda a ciascuno studente con che pronomi vuole essere chiamato. Il rifiuto o l’incapacità di differenziare i pronomi a seconda delle autopercezioni degli interlocutori può provocare accuse di vario tipo (incitamento all’odio, persino “molestie sessuali”), con conseguenti sanzioni, sospensioni dal lavoro, fino al licenziamento.
Ma il processo più interessante, almeno sul piano sociologico, è un altro ancora: la nascita, specie negli ambienti più istruiti, di una sorta di nuovo galateo dei ceti medio-alti, fondamentalmente promosso dalle organizzazioni Lgbt+. Se un tempo, di fronte a una nuova conoscenza, si rompeva il ghiaccio con frasi tipo “di dove sei?”, o “che lavoro fai?”, ora si raccomanda di: dichiarare i propri pronomi; chiedere all’interlocutore con quali pronomi vuole essere indicato; redarguire gentilmente chi si rivolgesse ad altri con i pronomi sbagliati.
Sulla opportunità, utilità e praticabilità di tutto ciò le opinioni divergono. Quel che un sociologo non può non vedere, però, è la gigantesca frattura sociale che il nuovo galateo tende a creare. Non occorre aver studiato la monumentale opera di Pierre Bourdieu sulla “distinzione” per rendersi conto che il linguaggio, l’accento, i modi di esprimersi, sono sempre stati formidabili strumenti di differenziazione, discriminazione, qualche volta pesino di umiliazione, dei ceti alti rispetto a quelli bassi. Il rischio è che il nuovo galateo, con la sua spasmodica attenzione alla sensibilità individuale, diventi una sorta di biglietto da visita dell’establishment e dei ceti istruiti, che ne accentua la separazione e l’alterità rispetto al modo di sentire dei ceti medio-bassi, che per le loro condizioni di vita e per il loro livello di istruzione abitano un mondo radicalmente diverso. Perché è vero che, come sostiene Guia Soncini nel suo fortunato libro, viviamo nella “era della suscettibilità”. Ma forse è anche vero che una parte non trascurabile dei cittadini, in America come in Italia, è ancora alle prese con i problemi pratici e materiali del mondo di sotto, e non ha né il tempo né gli strumenti né la volontà di sintonizzarsi con la sensibilità del mondo di sopra.