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Italia-Ue, la cautela del giorno dopo

Il punto del 12 novembre 2022
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Il giorno dopo è il momento della prudenza e della riflessione. Emerge una consapevolezza abbastanza ovvia: isolarsi in Europa non conviene a nessuno. Certo non conviene all’Italia ancora fragile di Giorgia Meloni: fragile sul piano politico, nonostante il suo 26 per cento di settembre, bilanciato però da una coalizione nella cui ombra brillano troppe lame di coltello; e fragile rispetto all’Unione per via del debito pubblico e della necessità di avere sostegno sul Pnrr, evitando di subire operazioni punitive, diciamo così, a causa della finanza allegra del passato (ad esempio i 38 miliardi di aggravio del debito indotto, secondo la premier e il ministro Giorgetti, dal ricorso spregiudicato al bonus edilizio del 110 per cento).


Poi c’è la fragilità internazionale tipica di un “outsider” qual è ancora la giovane leader del destra-centro. Tuttavia degli errori compiuti in tema di migranti e della risposta r…

Il giorno dopo è il momento della prudenza e della riflessione. Emerge una consapevolezza abbastanza ovvia: isolarsi in Europa non conviene a nessuno. Certo non conviene all’Italia ancora fragile di Giorgia Meloni: fragile sul piano politico, nonostante il suo 26 per cento di settembre, bilanciato però da una coalizione nella cui ombra brillano troppe lame di coltello; e fragile rispetto all’Unione per via del debito pubblico e della necessità di avere sostegno sul Pnrr, evitando di subire operazioni punitive, diciamo così, a causa della finanza allegra del passato (ad esempio i 38 miliardi di aggravio del debito indotto, secondo la premier e il ministro Giorgetti, dal ricorso spregiudicato al bonus edilizio del 110 per cento).


Poi c’è la fragilità internazionale tipica di un “outsider” qual è ancora la giovane leader del destra-centro. Tuttavia degli errori compiuti in tema di migranti e della risposta ruvida di Parigi, si è già detto ieri. La rottura che non doveva consumarsi in realtà c’è stata e il problema adesso è come non allargare la frattura e con essa l’isolamento di Roma, cioè il soggetto più debole nella contesa. Una parola di equilibrio l’ha spesa il presidente della Repubblica, Mattarella. Il suo invito a non disperdere le ragioni profonde della solidarietà europea equivale a un richiamo rivolto al nostro governo, certo, ma altresì a quello francese, la cui reazione è apparsa senz’altro sopra le righe (come ha detto Emma Bonino,“a Parigi devono ricordarsi di Calais e Ventimiglia”). Sono chiari a tutti i motivi di politica interna che hanno acceso la polemica di Macron, ma dall’uomo che guida la Francia e non un paese secondario ci si attendono nervi più saldi. Se poi ci sono altre questioni in grado di incrinare un rapporto bilaterale che è essenziale per entrambe le capitali (chi non ricorda l’enfasi del recente Trattato del Quirinale?), è bene saperne di più al più presto.


Nel frattempo la Germania si è mossa senza rumore ma con qualche efficacia. Lungi dall’inasprire una crisi che peraltro non la riguarda direttamente, Berlino sembra soprattutto preoccupata di tendere la mano al governo Meloni. Si è capito che l’isolamento di Roma non è in questo momento l’obiettivo tedesco. Alla leader di FdI viene dato tempo per mostrare di che pasta è fatta e come intende stare in Europa. È la conferma che i recenti colloqui con la Commissione di Bruxelles sono stati visti in termini positivi, ma che persistono varie zone d’ombra per cui il giudizio resta sospeso. La visita a Roma del presidente del Ppe ha seguito la stessa rotta. Certo, Weber rappresenta un partito che oggi è all’opposizione. Egli ne incarna, anzi, l’anima più moderata, favorevole a rafforzare i democristiani facendo ricorso al fronte conservatore di cui Giorgia Meloni è oggi l’esponente più in vista. Tuttavia, dato il momento in cui è avvenuto, il contatto non poteva essere più opportuno per la presidente del Consiglio. È presto per dire se e quando si ricomporrà il vecchio triangolo Berlino-Parigi-Roma, e a quali condizioni — né può essere Weber a stabilirlo — , ma nella giornata di ieri l’esecutivo ha segnato
un punto a suo vantaggio.


Nello stesso solco ma in chiave interna si è mosso Calenda. Ha difeso il dicastero Meloni in nome del vecchio principio per cui “right or wrong is my country”. Un filo di nazionalismo volto anche in questo caso a non aggravare le difficoltà di Palazzo Chigi e soprattutto a non dare l’impressione che ci siano forze politiche — in effetti ci sono — pronte a sostenere in ogni caso le ragioni degli altri in odio al governo domestico. Tempo fa Calenda prevedeva una durata di pochi mesi per l’esecutivo della destra, ora sembra guardare a tempi più lunghi, meno frenetici. O comunque a non essere tra i responsabili di una fine anticipata dell’esperienza.
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