Perché la crisi dei migranti erode la solidarietà europea
di Carlo Galli , di Carlo GalliLa questione dei migranti è complicatissima: ha radici nella geopolitica, nella geoeconomia, nella demografia, e solleva problemi di diritto internazionale, di diritto marittimo, di etica applicata. Problemi davanti ai quali gli apparati concettuali e normativi consolidati sembrano non del tutto adeguati, perché le migrazioni, in questa forma e in questa intensità, sono un fatto nuovo.
Non si tratta però di un'irruzione improvvisa, inaspettata: da alcuni decenni fanno parte della grande mobilitazione globale in cui viviamo. In forme diverse da tempo toccano gli Stati Uniti (alla frontiera messicana) e l'Europa, lungo diverse linee di penetrazione, una delle quali coinvolge l'Italia.
Le recentissime vicende che hanno visto contrapporsi l'Italia e la Francia dimostrano invece che una drammatica questione internazionale viene trattata secondo logiche di politica interna, sostanzialmente nella chiave della ricerca del consenso.
E ciò v…
La questione dei migranti è complicatissima: ha radici nella geopolitica, nella geoeconomia, nella demografia, e solleva problemi di diritto internazionale, di diritto marittimo, di etica applicata. Problemi davanti ai quali gli apparati concettuali e normativi consolidati sembrano non del tutto adeguati, perché le migrazioni, in questa forma e in questa intensità, sono un fatto nuovo.
Non si tratta però di un'irruzione improvvisa, inaspettata: da alcuni decenni fanno parte della grande mobilitazione globale in cui viviamo. In forme diverse da tempo toccano gli Stati Uniti (alla frontiera messicana) e l'Europa, lungo diverse linee di penetrazione, una delle quali coinvolge l'Italia.
Le recentissime vicende che hanno visto contrapporsi l'Italia e la Francia dimostrano invece che una drammatica questione internazionale viene trattata secondo logiche di politica interna, sostanzialmente nella chiave della ricerca del consenso.
E ciò vale tanto per il nostro Paese quanto per la stessa Francia. Infatti, col "pugno duro" sulla migrazione il governo di destra tenta di risarcire gli elettori, e gli italiani in generale, della inevitabile delusione per l'impossibilità dell'esecutivo di dare effettivamente vita alla svolta economica e politica che ha promesso.
Una questione seria e urgente, ma non vitale, come quella dei migranti viene messa sotto i riflettori in nome della sovranità nazionale, benché questa ne venga di fatto solo sfiorata.
Inoltre, con ogni evidenza la linea operativa più accorta della presidente del Consiglio è stata sfidata da improvvide provocazioni di Salvini, quasi che il leader della Lega abbia cercato lo scontro con la Francia, o per prendersi il merito della soluzione presso il proprio elettorato, o per mettere in difficoltà Meloni e il suo partito. È la prima avvisaglia di una questione tutta interna, che si proporrà anche in futuro.
Da parte sua la reazione di Macron è stata durissima, e tutta giocata sul registro del disprezzo etico-politico verso il governo italiano: in tal modo il presidente ha inteso mettere al riparo non tanto la sovranità nazionale quanto la propria reputazione, minacciata dalle critiche della destra francese, giornalistica e politica, che ha voluto vedere nell'accoglienza di una nave di migranti un segno di debolezza verso l'Italia.
L'escalation di insulti che ne è seguita è dunque, oltre che la manifestazione sul piano simbolico di una pretesa superiorità dell'umanitarismo francese (in verità piuttosto spiccio e poco ospitale) sulla inaffidabile politica italiana, un brano dello scontro politico interno alla Repubblica d'Oltralpe.
Ma anche se oggi non è in gioco la "boria delle nazioni" - come la definiva Giambattista Vico - quanto piuttosto una strategia comunicativa a prevalente uso interno, resta vero che il problema dei migranti, politicizzato in chiave nazionale, è ben lungi dall'essere affrontato in modo costruttivo e solidale, e produce anzi una insidiosa erosione della solidarietà europea, già sottoposta a forti tensioni su fronti ben più strategici - soprattutto la crisi energetica e l'imminente recessione.
Da questa vicenda, comunque si concluda (una de-escalation sembra in atto), appare chiaro che gli Stati europei sono soggetti alla coazione a guardare molto più dentro i propri confini che non ad assumere una prospettiva continentale; e ciò, molto più per debolezza che per volontà di potenza, più per mille timori e mille conflitti interni che per spavalderia e ansia di dominio (anche se, non certo da oggi né solo per cause etico-umanitarie, esistono gerarchie di fatto, o dislivelli di influenza, tra gli Stati europei).
L'Europa sembra insomma trovare un po' di efficacia e di spirito cooperativo non davanti all'urgenza di un problema strutturale e relativamente di lungo periodo come le migrazioni ma solo davanti all'emergenza nella sua forma più acuta: la reazione agli effetti economici della pandemia, che in Italia chiamiamo Pnrr, ne è un esempio; come lo è l'aver fatto fronte comune contro la Russia - qui in realtà molto hanno giocato anche il fattore atlantico e l'influenza degli Usa.
Ma che un'unità europea, o piuttosto una certa solidarietà, si manifesti solo nel caso estremo che proviene inaspettato dall'esterno, e che subito dopo si allenti perché gli Stati tornano a dare il peso maggiore ai loro problemi interni, è un altro sintomo, se ce ne fosse bisogno, del fatto che la normalità condivisa - cioè la politica democratica con le sue istituzioni stabili, capaci di agire in ogni circostanza - fa ancora parte, e chissà per quanto tempo ancora, del sogno più che della realtà dell'Europa.