Cop27, perché dobbiamo agire per il clima
Quello del cambiamento climatico è un problema globale che richiede la collaborazione di tutti i Paesi. Per questo 33 giornali e media di oltre 25 nazioni esprimono un'opinione comune riguardo a ciò che è necessario fare. Il tempo sta per scadere.
Invece di abbandonare i combustibili fossili e passare all'energia pulita, molte nazioni ricche stanno tornando a investire nel gas e nel petrolio, non riescono a ridurre le proprie emissioni abbastanza velocemente e mercanteggiano sugli aiuti che sono disposti a inviare ai Paesi poveri. Tutto ciò mentre il pianeta precipita verso il punto di non ritorno, oltre il quale il caos climatico diventerà irreversibile.
Dopo la Cop26, il vertice sul clima tenutosi a Glasgow lo scorso anno, i Paesi convenuti si sono impegnati a fare solo un cinquantesimo di ciò che è necessario per limitare l'innalzamento della temperatura media globale a non più di un grado e mezzo rispetto ai val…
Quello del cambiamento climatico è un problema globale che richiede la collaborazione di tutti i Paesi. Per questo 33 giornali e media di oltre 25 nazioni esprimono un'opinione comune riguardo a ciò che è necessario fare. Il tempo sta per scadere.
Invece di abbandonare i combustibili fossili e passare all'energia pulita, molte nazioni ricche stanno tornando a investire nel gas e nel petrolio, non riescono a ridurre le proprie emissioni abbastanza velocemente e mercanteggiano sugli aiuti che sono disposti a inviare ai Paesi poveri. Tutto ciò mentre il pianeta precipita verso il punto di non ritorno, oltre il quale il caos climatico diventerà irreversibile.
Dopo la Cop26, il vertice sul clima tenutosi a Glasgow lo scorso anno, i Paesi convenuti si sono impegnati a fare solo un cinquantesimo di ciò che è necessario per limitare l'innalzamento della temperatura media globale a non più di un grado e mezzo rispetto ai valori dell'epoca preindustriale.
Nel corso di quest'anno nessun continente è stato risparmiato da eventi meteorologici estremi: dalle inondazioni in Pakistan alle ondate di calore in Europa, dagli incendi in Australia agli uragani negli Stati Uniti. Se questi sono gli effetti di circa 1,1 gradi di innalzamento della temperatura, possiamo aspettarci ben di peggio.
Il tentativo di molti Paesi di ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia sta creando in tutto il mondo una specie di "corsa all'oro" per nuovi progetti di estrazione di combustibili fossili. Vengono presentati come misure di approvvigionamento temporaneo, ma rischiano di compromettere il pianeta in maniera irreversibile.
Tutto questo rende evidente che l'umanità deve porre fine alla propria dipendenza dai combustibili fossili. Se le energie rinnovabili fossero la norma, non ci sarebbe nessuna emergenza climatica.
Saranno i popoli più poveri della terra a subire le conseguenze peggiori delle devastazioni causate da siccità, scioglimento dei ghiacci e mancati raccolti. Per proteggere queste popolazioni dalla perdita di vite e di mezzi di sostentamento, occorrerà denaro.
Secondo un rapporto autorevole, per ridurre le proprie emissioni di gas serra e affrontare il degrado del clima, i Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di duemila miliardi di dollari l'anno.
La popolazione dei Paesi ricchi rappresenta solo un ottavo del totale mondiale ma è responsabile della metà delle emissioni di gas serra. È evidente che la responsabilità morale di aiutare ricade su questi Paesi. Le nazioni in via di sviluppo dovrebbero ricevere denaro sufficiente ad affrontare le pericolose condizioni che altri hanno prodotto, soprattutto nel momento in cui si profila una recessione globale.
Per mostrare la propria serietà, i Paesi ricchi dovrebbero mantenere le promesse fatte, come quella di versare cento miliardi di dollari l'anno a partire dal 2020. Come minimo, è necessario introdurre una tassa sugli extraprofitti delle grandi aziende petrolifere e del gas, stimati a circa cento miliardi di dollari solo nei primo trimestre di quest'anno.
Le Nazioni Unite hanno giustamente chiesto che tali fondi siano impiegati per sostenere i più vulnerabili. Ma una simile imposta sarebbe solo l'inizio. Le nazioni più povere sono gravate da debiti che rendono impossibile per loro riprendersi da una calamità climatica o proteggersi da quelle future. I creditori dovrebbero essere generosi e azzerare il debito dei Paesi che si trovano in prima linea nell'emergenza climatica.
Queste misure possono essere attuate a livello regionale o nazionale, non è necessario attendere un'azione coordinata a livello internazionale. Il totale delle emissioni di un Paese dovrebbe dare la misura della sua responsabilità. Anche i capitali privati possono aiutare, ma l'onere di fornire la maggior parte del denaro ricade sui grandi emettitori storici.
La soluzione di questa crisi è lo sbarco sulla Luna dei nostri tempi. Siamo riusciti ad arrivare sulla Luna in un decennio perché abbiamo dedicato all'impresa quantità enormi di risorse. Oggi è necessario un impegno analogo.
La crisi economica però ha ridotto la propensione alla spesa dei Paesi ricchi e l'azione di retroguardia delle grandi aziende rischia di intrappolare il pianeta nella dipendenza dai combustibili fossili.
Eppure, durante la pandemia, le banche centrali di tutto il mondo hanno agevolato la spesa degli Stati acquistando titoli emessi dai loro stessi governi. Le migliaia di miliardi di dollari necessari per affrontare l'emergenza ecologica ci impongono di tornare a pensare in modo così radicale.
Non c'è tempo per l'apatia o la noncuranza: bisogna agire con urgenza. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici deve puntare sulla forza degli argomenti, non sugli argomenti di chi ha forza.
La chiave per raggiungere il consenso in Egitto è non permettere alle dispute sul commercio e sulla guerra in Ucraina di bloccare la diplomazia globale sul clima. Il processo delle Nazioni Unite non sarà perfetto, ma ha dato alle nazioni di tutto il mondo un obiettivo per salvare il pianeta, un obiettivo che la Cop27 deve perseguire, se vuole evitare un rischio esistenziale per l'umanità.
(Traduzione di Alessandra Neve)
I giornali firmatari sono: Camunda News, Angola; National Observer, Canada; El Espectador, Colombia; Politiken, Danimarca; Libération, Francia; Mediapart, Francia; Efimerida ton Syntakton, Grecia; Kathimerini, Grecia; Protagon, Grecia; Telex, Ungheria; The Hindu, India; Tempo, Indonesia; Irish Examiner, Irlanda; Irish Independent, Irlanda; Haaretz, Israele; la Repubblica, Italia; The Gleaner, Giamaica; Macaranga, Malesia; Reforma, Messico; Centre for Journalism Innovation & Development, Nigeria; Rappler, Filippine; Gazeta Wyborcza, Polonia; Público, Portogallo; Mail & Guardian, Sudafrica; elDiario.es, Spagna; T&T Guardian, Trinidad e Tobago; Daily Mirror, Regno Unito; The Guardian, Regno Unito; Covering Climate Now, Usa; Miami Herald, Usa; The Nation, Usa; Rolling Stone, Usa; The Environmental Reporting Collective, International Pacific Environment Weekly, area del Pacifico.