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Che cosa succede se l'estrema destra diventa normale

L'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (reuters)

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Da Donald Trump a Marine Le Pen, da Suella Braverman fino al governo di Giorgia Meloni: in molte democrazie mature è in atto una normalizzazione anti-liberale. È importante che i politici non adottino né tollerino il linguaggio dell'ultradestra per compiacerla
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Il più grande dei poteri è stabilire cosa è considerato normale. Se sei in grado di persuadere gli altri che il tuo modo di fare è normale, allora hai vinto. Al momento in molte democrazie mature è in atto la normalizzazione dell'estrema destra anti liberale. È di vitale importanza continuare a ribadire che le sue prassi non rientrano in una normalità accettabile.

Il termine "normalizzazione" venne alla ribalta dopo l'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968 a significare l'intento di riportare una società europea alle prassi del comunismo sovietico. Non ho mai dimenticato le parole di un amico cecoslovacco nel 1984: "Se qualcuno dice la sua in pubblico, i colleghi diranno che non è normale". Ma cinque anni dopo in tutta l'Europa centrale e dell'Est la gente diceva: "Vogliamo solo essere un Paese normale". Ossia tipo la Germania Ovest, la Francia o gli Stati Uniti…

Il più grande dei poteri è stabilire cosa è considerato normale. Se sei in grado di persuadere gli altri che il tuo modo di fare è normale, allora hai vinto. Al momento in molte democrazie mature è in atto la normalizzazione dell'estrema destra anti liberale. È di vitale importanza continuare a ribadire che le sue prassi non rientrano in una normalità accettabile.

Il termine "normalizzazione" venne alla ribalta dopo l'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968 a significare l'intento di riportare una società europea alle prassi del comunismo sovietico. Non ho mai dimenticato le parole di un amico cecoslovacco nel 1984: "Se qualcuno dice la sua in pubblico, i colleghi diranno che non è normale". Ma cinque anni dopo in tutta l'Europa centrale e dell'Est la gente diceva: "Vogliamo solo essere un Paese normale". Ossia tipo la Germania Ovest, la Francia o gli Stati Uniti. L'Occidente aveva vinto la battaglia della normalità.

Questa versione occidentale, liberal democratica della normalità è prevalsa a lungo, ma ora è sotto assedio. Dopo l'elezione di Donald Trump nel 2016, dalle colonne del New Yorker il direttore David Remnick lanciò un appello appassionato invitando gli americani a non normalizzare Trump e il trumpismo. Ma, sei anni dopo, Trump continua a essere il politico più influente del partito repubblicano, anche se i suoi candidati non hanno ottenuto i risultati che sperava nelle elezioni di Midterm. Centinaia di repubblicani eletti spacciano la palese falsità che Trump sia il reale vincitore delle presidenziali del 2020 e milioni di elettori repubblicani nei sondaggi dichiarano di crederci. In pratica il trumpismo è entrato a far parte della normalità americana.

In Francia, Marine Le Pen ha ottenuto uno sconvolgente 41 per cento alle presidenziali e il suo partito di estrema destra, Rassemblement National, si è piazzato bene alle successive elezioni parlamentari. Ora i suoi rappresentanti siedono in Parlamento ben vestiti, tengono un comportamento civile (nella maggioranza dei casi, a parte lo sporadico "Tornatene in Africa!"), cortesi come impongono le regole di condotta parlamentare, fanno di tutto per dimostrare che la loro politica è, insomma, normale.

In Italia è premier una post neofascista, Giorgia Meloni, e Silvio Berlusconi, nientepopodimeno, è considerato il più moderato dei tre leader della coalizione di governo.

Non è facile contrastare questa normalizzazione inquietante. Georg Jellinek, filosofo e giurista tedesco dell'Ottocento, scrisse della "forza normativa del fattuale" - la tendenza in base alla quale ciò che viene ampiamente sperimentato nella vita reale trova graduale accoglienza nelle norme etiche e giuridiche.

Nelle democrazie c'è una difficoltà in più. Se un partito di estrema destra conta una notevole rappresentanza parlamentare i partiti più moderati di centrodestra sono fortemente tentati di entrarvi in coalizione, oppure, come accade oggi in Svezia, di governare con il suo sostegno. (Ovviamente lo stesso vale per i partiti di centrosinistra rispetto all'estrema sinistra). Così le dinamiche stesse della democrazia possono contribuire a minare le prassi liberal democratiche.

Proprio per questa ragione è importante che i politici democratici del centrodestra non adottino o tollerino il linguaggio dell'estrema destra per compiacerla. Cito un esempio recente: la ministra degli Interni britannica, Suella Braverman, ha definito "un'invasione" l'arrivo dei profughi e dei migranti da oltre Manica. Il termine "invasione", che evoca una deliberata incursione ostile, è una parola d'ordine e un segno di riconoscimento dell'estrema destra.

Invece di prendere nettamente le distanze da Braverman per la sua espressione provocatoria, il premier Rishi Sunak ha cercato di spiegarla come un semplice modo di dire usato per enfatizzare la portata del problema. Per quanto possa essere imbarazzante criticare un ministro in difficoltà subito dopo averlo (incautamente) nominato, i politici del centrodestra democratico devono in ogni occasione puntare l'occhio su questo genere di esternazioni, non sfumarle.

Per contrastare la normalizzazione strisciante dell'estrema destra possiamo prendere esempio dalla opposizione resa dal grande dissidente ceco Václav Havel alla "normalizzazione" originale, che consiste nel difendere, per decenni se necessario, uno standard di normalità che può essere diverso dalle prassi attive nella società che ci circonda.

"Noi non siamo così!", esclamano i politici statunitensi di fronte all'ennesima orribile sparatoria nelle scuole o ad altri reati d'odio. Ma, ahimè, non è proprio del tutto vero: queste sono realtà ormai cronicamente presenti nella società americana. Ribadendo "noi non siamo così" però, oltre ad affermare un principio, si tenta, intelligentemente, di riportare le persone alla loro versione migliore.

Quindi ogni volta che sentite pronunciare la parola "normale" ricordate che la lotta per il futuro della democrazia liberale è anche una battaglia sulla definizione di normalità.

(Traduzione di Emilia Benghi)