Si discute di merito non solo in Italia. Il termine “merito” è ricercato in tutto il mondo su Google più di parole come “diseguaglianza”, “giustizia sociale”, “conflitto” e “democrazia”, forse anche perché è difficile capire di cosa si parla nella discussione rovente su ”merito” e “meritocrazia”. Tre problemi centrali che ogni confronto pragmatico sul tema deve affrontare sono: 1.Come dare a tutti la possibilità di sviluppare i propri talenti; 2. Come incentivare a sviluppare i propri talenti; 3. Come e quanto premiare i risultati dell’applicazione dei propri talenti.
Riguardo al primo aspetto, un problema preliminare è stabilire cosa è un talento e come meglio identificarlo. Per una lunga tradizione legata inizialmente all’eugenetica (che ironicamente, nacque come disciplina “progressista”) i talenti sono…
Si discute di merito non solo in Italia. Il termine “merito” è ricercato in tutto il mondo su Google più di parole come “diseguaglianza”, “giustizia sociale”, “conflitto” e “democrazia”, forse anche perché è difficile capire di cosa si parla nella discussione rovente su ”merito” e “meritocrazia”. Tre problemi centrali che ogni confronto pragmatico sul tema deve affrontare sono: 1.Come dare a tutti la possibilità di sviluppare i propri talenti; 2. Come incentivare a sviluppare i propri talenti; 3. Come e quanto premiare i risultati dell’applicazione dei propri talenti.
Riguardo al primo aspetto, un problema preliminare è stabilire cosa è un talento e come meglio identificarlo. Per una lunga tradizione legata inizialmente all’eugenetica (che ironicamente, nacque come disciplina “progressista”) i talenti sono essenzialmente una questione di Dna. Una conseguenza apparentemente logica di questa posizione è che la società ha il compito di individuare i talenti il prima possibile. Secondo Adrian Wooldridge (nel libro The Aristocracy of Talent), bisognerebbe introdurre i test di intelligenza per tutti i bambini di 11 anni, e su questa base assegnare poi dei percorsi formativi differenziati, per far sì che i piccoli Einstein che si nascondono tra noi diventino dei grandi Einstein.
In astratto l’idea sembra aver senso: è meglio per tutti se un bambino con il talento del calciatore e senza orecchio musicale fa la scuola calcio invece del conservatorio. In realtà è un’idea terribile, per almeno cinque motivi: perché creerebbe problemi piscologici enormi ai bambini e alle loro famigliari; perché un talento può “sbocciare” ben dopo gli 11 anni; perché un bambino può divertirsi a giocare a calcio anche se è ovvio a tutti che non giocherà mai neanche in Promozione; perché i test di intelligenza sono tutt’altro che infallibili; e perché, anche se lo fossero, dopo decenni di dibattito noi oggi non sappiamo in che misura i test di intelligenza catturino la dotazione genetica di un individuo o l’ambiente in cui cresce.
Dato che il talento è anche, e forse soprattutto, frutto dell’ambiente, ciò che dobbiamo fare come società è cercare di creare un “terreno di gioco uguale per tutti”, una distribuzione delle opportunità più egualitaria possibile. E’ una questione non solo di equità ma anche di crescita: fra chi parte in condizioni di svantaggio ci sono molti grandi talenti che rischiano di rimanere inespressi, e questo sarebbe un danno per tutta la società.
Pragmaticamente cosa si può fare per cercare di livellare il campo di gioco? Nel dibattito italiano sul merito quasi non se ne è parlato, ma molti studi dimostrano che l’intervento prima della scuola primaria, dai tre anni in poi, può essere molto efficace nel recuperare chi parte in situazioni di svantaggio. Inoltre bisogna capire ed accettare la profonda differenza fra scuola e università. La scuola dell’obbligo deve portare tutti al di sopra di un livello minimo di conoscenze. Al tempo stesso non deve rinunciare per principio, in nome di un egualitarismo astratto, a interessare i ragazzi e, perché no, a entusiasmarli.
Accompagnarli “gentilmente” e senza traumi a scoprire cosa “possono” e cosa “vogliono” è una missione difficilissima, che può essere portata a termine solo a livello decentrato dal singolo insegnante. Per questo è opportuno valutare davvero il lavoro dei loro insegnanti; questo non con intenti punitivi, ma per assicurare a tutti gli studenti conoscenze di base adeguate, e per motivarli. (Naturalmente la valutazione degli insegnanti dovrà tenere conto del fatto che si trovano a operare in contesti socio-culturali molto diversi, ma esistono modi di tenere conto di queste differenze nei criteri di valutazione).
Passiamo al secondo aspetto, come incentivare a sviluppare i talenti. Se sviluppare i talenti non è importante a 11 anni, il discorso è completamente diverso all’università, sia nello studio sia dopo, per chi decide di proseguire e fare ricerca. L’università non deve essere egualitaria riguardo ai talenti: non ha senso, ad esempio, spendere risorse pubbliche su un ricercatore medico che non sa fare ricerca. Ma attenzione: proprio per questo è necessario ampliare le possibilità di accesso all’università, perché ci sono tanti potenziali bravi ricercatori che non sono in grado di sostenere i costi degli anni di studio.
Il terzo punto è: ad un certo punto la società deve premiare i risultati dei talenti sviluppati? Non tutti risponderebbero positivamente a questa domanda. Per esempio, per il popolarissimo filosofo di Harvard Michael Sandel (nel libro The Tyranny of Merit), la sola idea di individuare e sviluppare i talenti e premiarne i risultati è una manifestazione dell’arroganza dei forti dettata dalla volontà di umiliare i deboli. I tanti che si sono lasciati infatuare da Sandel non si rendono conto che la sua è una visione pauperista, la ricetta per un mondo popolato da persone uniformemente infelici, costrette a vivere senza sogni e senza aspirazioni. L’estremo opposto della competizione fra piccoli Einstein propugnata da Wooldridge, un’altra ricetta per l’infelicità generalizzata.
Il problema vero è che quasi sempre noi siamo in grado di premiare in base ai risultati, ma questi dipendono anche da fattori indipendenti dall’impegno profuso. Molti successi sono dovuti in parte considerevole alla fortuna; molti insuccessi avvengono nonostante l’impegno profuso. Come società vogliamo premiare i risultati, perché alla fine sono ciò che conta (per una squadra è meglio un portiere che le para tutte anche se non si allena di un portiere che prende cinque gol a partita pur allenandosi sei ore al giorno). Allo stesso tempo, l’esaltazione esclusiva dei soli risultati, spesso ottenuti soprattutto grazie alla fortuna, può scoraggiare dall’impegnarsi e quindi dallo sviluppare i propri talenti. Questo non è desiderabile per la società.
Per incentivare tutti a dare il meglio di se stessi occorrerebbe quindi riconoscere socialmente non solo i risultati ma anche l’impegno. Esattamente come e in che proporzione, non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che il grado di accettazione delle diseguaglianze dipende anche da come vengono percepite. In conclusione, per “meritarsi il merito” bisogna che questo sia fondato sull’eguaglianza delle opportunità e anche sull’impegno individuale e non sull’arroganza verso chi non è riuscito a sviluppare i propri talenti anche solo per sfortuna. Come bilanciare tutte queste esigenze è complicato, e confessiamo che non abbiamo la soluzione. Ma già porre il problema è importante.