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La faida siciliana

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La rottura tra Schifani e Miccichè ha radici antiche. Ma alla Regione siciliana ora i gruppi di Forza Italia sono due
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Sarà il segno dei tempi, ma da ieri anche i berlusconiani di Sicilia non hanno più un padre-padrone e un partito-mamma, ma Forza Italia 1 e Forza Italia 2, due gruppi parlamentari che nel palazzo dei re normanni rivendicano entrambi lo stemma, il nome e la bandiera di un regno che non esiste più. E sotto quelle insegne si affrontano le truppe regolari del neopresidente della Regione Renato Schifani e i guerriglieri ribelli capitanati dall'ex presidente dell'Assemblea Gianfranco Miccichè, che ha rinunciato al seggio di Palazzo Madama per fare la guerra al suo compagno di partito.


Un vincitore che ha perso la maggioranza prima ancora di cominciare a governare, e uno …

Sarà il segno dei tempi, ma da ieri anche i berlusconiani di Sicilia non hanno più un padre-padrone e un partito-mamma, ma Forza Italia 1 e Forza Italia 2, due gruppi parlamentari che nel palazzo dei re normanni rivendicano entrambi lo stemma, il nome e la bandiera di un regno che non esiste più. E sotto quelle insegne si affrontano le truppe regolari del neopresidente della Regione Renato Schifani e i guerriglieri ribelli capitanati dall'ex presidente dell'Assemblea Gianfranco Miccichè, che ha rinunciato al seggio di Palazzo Madama per fare la guerra al suo compagno di partito.


Un vincitore che ha perso la maggioranza prima ancora di cominciare a governare, e uno sconfitto che è rimasto a Palermo per regolare i conti di una vita. Sono il conte Orlando e il paladino Rinaldo che se le danno di santa ragione tra gli specchi del palazzo reale, come nell'opera dei pupi di Martoglio: "Orlando a 'n certu punto era stanchissimu/ mentri Rinardu ancora ci agguantava/ per la scacione ca sennu chiù sengulu/ faceva menu sforzu e non sudava".


Tutti a Palermo aspettavano il duello finale, perché da un quarto di secolo i due si guardano con amorevole disprezzo, il sanguigno Miccichè che nel 2001 fu il generalissimo del 61 a 0 conquistando tutti i collegi dell'isola e l'algido Schifani, asciutto ("sengulu") come Rinaldo, che schivo e taciturno - il suo gesto più coraggioso è stata la rinuncia al riporto dei capelli - ha salito le scale romane fino al seggio più alto di Palazzo Madama. Tutti sapevano che era friabile come il marzapane delle cassate la pace ostentata in campagna elettorale, quando il prode Gianfranco sorridendo annunciava "sarò con Renato fino alla fine", e strizzando l'occhio aggiungeva "non potrei non stare accanto a lui".


Non era così che doveva finire, nei suoi piani. Era riuscito a far fuori il presidente uscente, quel Nello Musumeci con il quale non si erano mai presi, contando di prendere la sua poltrona o almeno di restare su quella, comodissima, di presidente dell'Assemblea regionale, e invece la vendetta di La Russa - il catanese tornato da Milano come luogotenente meloniano - era stata crudele: non solo gli ha negato l'una e l'altra, ma nella casella di Musumeci ha fatto arrivare, dopo un complicato intreccio di veti, il suo carissimo nemico Schifani.


Ecco perché oggi Miccichè non nega di stare consumando la sua contro-vendetta ("La Russa mi ha insegnato che non bisogna avere pietà") quando fa mancare i voti della sua pattuglia ribelle a tutti i candidati del centro-destra. "E 'ntantu furriò la spada all'aria/ e desi un corpo d'accussì trementi/ che se Rinardo non faceva un sàvuto (un salto)/ era pirdutu irremissibilmenti".


A lungo i due paladini di Forza Italia hanno corteggiato la bella Angelica, cioè Silvio Berlusconi, che però non ha mai nascosto di preferire l'impetuoso Gianfranco, e infatti è sulle sue spalle che l'ex Cavaliere teneva le mani il 13 ottobre, quando entrambi combattevano al Senato l'ultima battaglia (persa) per assicurare la Giustizia alla fedele Casellati.


Poi, certo, entrambi hanno tradito Angelica. Deluso dal mancato appoggio per la presidenza della Regione, nel 2012 Miccichè fondò addirittura un altro partito, "Forza del Sud", e arrivò a sconfessare il governo Berlusconi: "L'ho appoggiato ma me ne pento, ho capito l'errore e sono scappato". Allora Schifani gli diede del traditore, ma l'anno dopo anche lui tradì, lasciando Forza Italia per seguire Alfano nel Nuovo Centrodestra. E anche lui, come l'altro, tornò poi sui suoi passi, premiato come un figliol prodigo da Berlusconi che ne elogiò "lo spessore umano e politico unito ad una rara capacità di mediazione".


Ma in realtà l'uomo che era stato presidente del Senato è rimasto nel cono d'ombra, semplice senatore, finché La Russa non lo ha rimesso in campo. E quando ha negato a Miccichè anche l'assessorato alla Sanità, per il quale quello aveva studiato tutta l'estate, sembrava di sentire la voce di Rinaldo che si beffa di Orlando: "Ma tu, ccu tuttu ca si' putintissimu/ parenti di lo stisso Imperaturi/ ecco ca si' arridduttu a peri scàusi (scalzi)/ comu si fussi un tinto muraturi".