Tre voci pessimiste sul futuro del Pd
di Stefano Folli , di Stefano FolliQuali che siano gli errori del governo - e ieri la presidente Meloni ne ha commesso uno abbastanza grave cedendo al battibecco con alcuni giornalisti durante la conferenza stampa - l'opposizione non può credere di risalire la china attraverso scorciatoie casuali. Il governo di destra-centro è forte sul piano parlamentare mentre la sinistra è debole sia nelle due Camere sia soprattutto nel Paese. Di certo le ingiustizie sociali contenute nella legge di bilancio non sono tali da giustificare quasi un appello alla piazza, secondo il giudizio di Conte che parla di politiche "disumane". In fondo è una manovra pensata, o meglio abbozzata, a vantaggio dei ceti produttivi, quelli che la destra vuole tenersi stretti in prospettiva e che la sinistra ha perso di vista. Né la difesa del reddito di cittadinanza, da sola, è sufficiente a ricreare un rapporto tra l'opposizione e un'opinione pubblica che al momento resta minoritaria e sc…
Quali che siano gli errori del governo - e ieri la presidente Meloni ne ha commesso uno abbastanza grave cedendo al battibecco con alcuni giornalisti durante la conferenza stampa - l'opposizione non può credere di risalire la china attraverso scorciatoie casuali. Il governo di destra-centro è forte sul piano parlamentare mentre la sinistra è debole sia nelle due Camere sia soprattutto nel Paese. Di certo le ingiustizie sociali contenute nella legge di bilancio non sono tali da giustificare quasi un appello alla piazza, secondo il giudizio di Conte che parla di politiche "disumane". In fondo è una manovra pensata, o meglio abbozzata, a vantaggio dei ceti produttivi, quelli che la destra vuole tenersi stretti in prospettiva e che la sinistra ha perso di vista. Né la difesa del reddito di cittadinanza, da sola, è sufficiente a ricreare un rapporto tra l'opposizione e un'opinione pubblica che al momento resta minoritaria e sconfortata. Si potrebbe anzi dire che la questione del reddito, cioè del sussidio alla povertà, serve più che altro a fornire munizioni al M5S nel suo sforzo di imporre una sorta di egemonia politica su quel che resta del Pd.
Questi temi, insieme ad altri, dovrebbero essere al centro degli interrogativi sul futuro del Pd, a cominciare dalla sua stessa sopravvivenza dopo la disastrosa sconfitta.
Si tratta di quella che viene definita "fase costituente", ma che a parere di molti non è mai cominciata. Si va verso un congresso ordinario, che di fatto si esaurisce nella scelta del nuovo segretario, quando invece, prima dei nomi, si dovrebbe dare risposta a mille domande. Lo stesso gran parlare di "identità" ha poco senso se non si tirano giù dalle nuvole della vaghezza le questioni concrete che dovrebbero caratterizzare una forza riformista (se riformista vuole essere).
È interessante che negli ultimi giorni le analisi di personaggi molto diversi tra loro siano sembrate orientate nella stessa direzione. Su questo giornale è stato Marco Bentivogli a stigmatizzare le abitudini di un ceto politico che tende a perpetuarsi attraverso meccanismi di cooptazione, senza volontà di legittimarsi attraverso un bagno nella volontà popolare. Né il ricorso alle "primarie", peraltro sganciate da un autentico confronto sui temi (la fase costituente che non c'è), è in grado di cambiare le cose.
Da Luigi Zanda, intervistato da Domani, viene una requisitoria contro gli errori del gruppo dirigente. Zanda, che pure ha appartenuto a quel gruppo, si è ritirato prima del 25 settembre, rinunciando alla candidatura; il che gli permette di toccare oggi i punti dolenti senza subire l'accusa di voler servire un'ambizione personale. Ecco allora che, a suo avviso, "anche la forma partito (del Pd) è ormai ampiamente superata". I circoli sono "abbandonati a se stessi" e di conseguenza "la segreteria da tempo è priva di autorevolezza". Esempi concreti: il "populismo" per cui il Pd ha votato la riduzione del numero dei parlamentari senza pretendere una contestuale nuova legge elettorale; il fatto che i candidati alla segreteria, a cominciare da Bonaccini, finora non abbiamo parlato con chiarezza di politica estera (la guerra, l'Ucraina, le nostre alleanze), quando è da lì che si dovrebbe partire, come fu in passato. E poi la carenza di un pensiero politico forte, che non ha bisogno di un esercito parlamentare per affermarsi, come hanno dimostrato un tempo Aldo Moro, capo di una piccola corrente della Dc, e Ugo La Malfa, alla guida di un partito repubblicano le cui percentuali elettorali erano modeste.
Terza voce. È quella di Andrea Orlando, esponente della sinistra interna, convinto che il Pd di domani dovrà essere "socialista ed ecologista" altrimenti non sarà. Anche lui esprime la sua delusione per "la più breve costituente nella storia delle forze politiche". E aggiunge: "Spero di sbagliarmi per il bene del Pd". Tre voci diversamente pessimiste.