Quando, 250 anni fa, i patrioti americani si ribellarono al regime coloniale britannico, lo fecero in nome del principio No taxation without representation, niente tassazione senza rappresentanza. Come andò a finire è noto; e l’insegnamento che possiamo trarne è che con le tasse non c’è mai da scherzare.
Dico subito che non sono un economista né un esperto di finanza pubblica o di diritto tributario. E infatti il tema che voglio proporre è quello del nesso tra la questione fiscale e il patto di cittadinanza che ci lega. Pagare le tasse è infatti il più importante dovere di cittadinanza, che mostra inequivocabilmente quanto i doveri – a differenza di quello che si dice e si scrive – non sono un limite ai diritti, ma una condizione per la loro effettività: semplicemente, se io non pago le tasse qualcun altro, o io stesso, non avrà le cure di cui ha bisogno e a qualche classe di studenti, …
Quando, 250 anni fa, i patrioti americani si ribellarono al regime coloniale britannico, lo fecero in nome del principio No taxation without representation, niente tassazione senza rappresentanza. Come andò a finire è noto; e l’insegnamento che possiamo trarne è che con le tasse non c’è mai da scherzare.
Dico subito che non sono un economista né un esperto di finanza pubblica o di diritto tributario. E infatti il tema che voglio proporre è quello del nesso tra la questione fiscale e il patto di cittadinanza che ci lega. Pagare le tasse è infatti il più importante dovere di cittadinanza, che mostra inequivocabilmente quanto i doveri – a differenza di quello che si dice e si scrive – non sono un limite ai diritti, ma una condizione per la loro effettività: semplicemente, se io non pago le tasse qualcun altro, o io stesso, non avrà le cure di cui ha bisogno e a qualche classe di studenti, tra i quali potrebbero esserci i miei figli, cadrà il soffitto della scuola in testa.
Da questa visuale, la situazione del nostro Paese appare davvero preoccupante, a causa di due elementi. Il primo è la entità della evasione fiscale, un fenomeno che per definizione si può solo stimare, però in modo attendibile. È quello che fa annualmente una commissione che opera presso il ministero dell’Economia misurando quello che viene chiamato tax gap. L’entità della evasione stimata per il 2018 è pari a 103 miliardi di euro, comprendenti le varie tasse e i diversi tipi di evasione, elusione o frode. Il totale, cioè, vale quasi metà del Pnrr in un solo anno. È una cifra impressionante. Soprattutto se associata al secondo elemento, cioè al fatto che solo la metà degli italiani (è una ricerca dell’Istat pubblicata nel 2019) giudica della massima gravità non pagare le tasse, un comportamento ritenuto decisamente meno grave di passare col rosso al semaforo.
Che cosa c’è di allarmante in questi dati? Proprio la loro congiunzione, ossia il fatto che, mentre l’Italia guida la classifica europea della evasione fiscale, molti italiani non considerano questo un comportamento grave. È, cioè, la coerenza tra comportamenti e atteggiamenti che ci deve preoccupare. Può infatti accadere che io parcheggi nel posto riservato ai disabili, ma sapendo che non lo dovrei fare; e viceversa che io ritenga ingiusto un divieto, ma ugualmente lo rispetti. Purtroppo qui il caso è diverso: atteggiamenti e comportamenti vanno a braccetto.
Certo, il fisco in Italia fa di tutto per mostrarsi cieco, brutale e iniquo, alimentando una spirale negativa. Così come la nutrono gli sprechi di denaro pubblico (tutti possiamo vedere le opere incompiute) e i deficit nella organizzazione dei servizi. Va aggiunto tuttavia che negli ultimi anni sono stati fatti importanti progressi nella lotta alla evasione fiscale: non passi da gigante, ma nemmeno gocce nel mare. Per contrastare questa patologia, però, occorrono, oltre a misure tecniche, segnali di cultura pubblica chiari e netti da parte delle leadership del Paese, in modo da spezzare il circolo vizioso tra atteggiamenti e comportamenti.
È su questo punto che il governo in carica sta andando, temo, nella direzione opposta. Le decisioni e gli annunci sull’innalzamento del tetto del contante, sul condono fiscale e sulla stessa flat tax, al di là della loro portata concreta, costituiscono un messaggio inequivocabile: danno cioè ragione a coloro che non giudicano l’evasione delle tasse un fatto della massima gravità e si comportano di conseguenza.
Cosa si potrebbe fare invece? Sulla scia dei patrioti americani avanzo una modesta proposta: rovesciare il loro motto e stabilire che chi non contribuisce alla cassa comune non ha diritto di eleggere i propri rappresentanti. No representation without taxation, insomma. Il partito dell’evasione fiscale non ne sarebbe lieto, ma noi tutti sicuramente ce ne gioveremmo.